Prima del cielo sconfinato, le oscure profondità del mare hanno suscitato il terrore e la meraviglia nell’animo umano. Partendo da radici profonde che nascono nel Primo Secolo dopo Cristo, il Sublime viene ridefinito in ambito pittorico nel Diciottesimo da Edmund Burke. Nella sua accezione, il Sublime si lega al terrore, alla paura umana più profonda: quella della morte. Per questo motivo, quando tra il 1700 e il 1800 la Filosofia ha affrontato con Kant e Schopenhauer tematiche relative all’animo umano, cercando di spiegare prima le emozioni con il metodo illuminista e poi con il filtro del romanticismo, i pittori hanno prodotto quadri che esprimono al meglio la sua potenza distruttrice, contrapposta alla forza creatrice del bello. Sotto questa luce, Kraken di Emiliano Pagani e Bruno Cannucciari rappresenta un trattato moderno sul Sublime.

Non è la prima volta che Tunué propone contenuti su questa linea, dato che diversi altri volumi delle collane TipitondiProspero’s Books hanno affrontato il tema del mare e del mistero che stringe tra le sue onde come motore di crescita, seppur con sensibilità e sviluppi diversi di caso in caso. Per la prima volta, però, l’idrosfera viene mostrata con questo approccio vicino ai pittori William Turner e Caspar David Friedrich, con riferimenti al contemporaneo, in particolare a Sergio ToppiMax Ernst. Come altri volumi della collana, Kraken parla di maturazione, del venire a patti con la morte e del saper cogliere il peso di alcuni eventi che, quando avvengono, sconvolgono la vita di chi li vive sulla propria pelle.

La storia è ambientata a Selalgues, un piccolo villaggio francese di pescatori chiusi e bigotti sull’orlo del fallimento. La popolazione locale è stata più volte vittima di numerose perdite umane a causa delle disperate battute di pesca condotte con il mare in tempesta. Un ragazzino della zona, Damien, incolpa il Kraken dell’accaduto, dopo essere sopravvissuto a una di queste tragedie. Egli è preso di mira dagli abitanti della zona perché all’apparenza poco intelligente. Preoccupata, la madre del piccolo contatta Dougarry, un uomo di Parigi esperto di misteri legati al mare. Quest’ultimo arriva in paese e dice a Damien che vuole aiutarlo a dimostrare che il famigerato Kraken esiste, ma essendo scettico riguardo la faccenda, in realtà punta a farlo desistere.

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La narrazione prosegue con l’indagine attorno a questa misteriosa figura marina immanente, culminando in un climax finale tutt’altro che prevedibile, da pelle d’oca. Partendo da queste basi, la potenza delle parole scelte e dei simboli inseriti nella narrazione permettono al lettore di elaborare il contenuto proposto con diversi livelli di lettura.

Un aspetto che salta all’occhio è la contrapposizione tra due forma mentis: quella del paese e quella della città. La prima, stigmatizzata in quanto chiusa e violenta, farà da antagonista corale durante tutto lo scorrere della storia. Gli abitanti sembreranno fare muro attorno al piccolo Damien, che nonostante gli sforzi della madre non riesce a inserirsi in una società che, in fondo, non lo ha mai voluto. Il figlio della città, Dougarry, rappresenta invece l’unica ancora di salvezza, che cercherà in lui e in Janet (fidanzata del defunto fratello di Damien) un aiuto per sconfiggere il Kraken.

Dal ragazzino, fulcro della vicenda, partono a raggiera tutti gli altri temi affrontati nel volume. Damien è il capro espiatorio della folla, è Giona che rischia continuamente di entrare nello stomaco del mostro per salvare il resto della popolazione. Come in Pinocchio, Dougarry farà molta fatica a entrare nella pancia del pesce-cane all’interno della testa del ragazzo per comprendere fino in fondo cosa ci sia dietro la sua richiesta d’aiuto.

Il “Filo d’Arianna” che sembra dividere la realtà dalla fantasia è proprio Janet, che rappresenta con forza chi, dal villaggio, ha provato a emanciparsi. Il peso della cultura degli antenati, però, talvolta può essere più forte di ogni altra cosa, arrivando ad alzare veli immensi davanti agli occhi di chi osserva dall’interno una situazione molto critica. Per questo, Janet simboleggia il lume della ragione di un popolo sempre pronto ad addossare le colpe agli altri, siano essi individui reali o immaginari, piuttosto che ammettere le proprie osservando il male dall’interno.

Kraken, anteprima 04Durante lo sviluppo della trama la sensazione costante è sempre la stessa: cosa stanno cercando di comunicare, realmente, gli autori? Questo aspetto si può cogliere effettivamente solo in chiusura del volume, con una sequenza frenetica che non solo regala un nuovo senso di quanto si è letto fino a quel momento, ma che tiene il lettore con gli occhi incollati alle tavole, in cerca di qualsiasi dettaglio possa essergli sfuggito nelle pagine precedenti.

Bruno Cannucciari infonde vita in tutti gli elementi della storia di Emiliano Pagani, dipingendo (letteralmente) un quadro per ogni vignetta. Nel suo tratto fonde la narrazione e la leggibilità del fumetto con la magnificenza dei dipinti, utilizzando toni verdi e cupi come il mare in tempesta. La fluidità con cui le pagine scorrono tra le dita è disarmante, a prescindere da ciò che viene raffigurato: i personaggi, gli ambienti e i piani d’ascolto hanno tutti la stessa dignità visiva, in bilico tra il reale e il trasfigurato.

Kraken è un pugno allo stomaco, di quelli che ti scombinano nel profondo. È una storia cupa, dove non c’è spazio per concetti netti come eroi e antieroi. Come spesso accade nella realtà di provincia, lontana dai riflettori, la verità è sempre nascosta oltre il velo dell’evidenza. Al termine della lettura, il contro-finale che chiude il climax – più che instillare il dubbio – porta a una domanda, nerissima, posta ad ogni lettore.

Ognuno è, in fondo, abitante di un villaggio di pescatori. Ognuno teme, in egual misura, l’arrivo della morte. Cosa siamo disposti a sacrificare per il favore della buona sorte?

 

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