Sin dall’antichità il tempo è stato collegato al movimento, al concetto che mette in rapporto gli oggetti fisici e la loro reciproca collocazione nello spazio. Il moto di rotazione della Terra intorno al Sole, ad esempio, ci permette di misurare gli anni, le stagioni, i mesi e giorni. Questa concezione “oggettiva” del tempo, però, perde la sua fondatezza quando passiamo ad analizzare la percezione “soggettiva” del tempo, quella particolare sensazione di piacere (o dispiacere) che accompagna lo scorrere del tempo nelle nostre esperienze di vita. Le ore trascorse a studiare o in attesa dell’esito di un esame clinico vengono percepite come interminabili rispetto alla velocità con la quale si giunge alla conclusione di una piacevole cena tra amici o di una festa. L’attesa, dunque, assumerà un sapore diametralmente opposto a seconda del momento vissuto: tanto più frustrante sarà l’evento maggiore sarà il dispiacere.

Di attese si parla nel nuovo romanzo grafico di Sergio Algozzino, autore palermitano giunto con Storie di un’attesa alla sua terza prova per Tunué dopo Dieci giorni da Beatle e Memorie a 8 bit. Il percorso intrapreso da Algozzino lo spinge a realizzare un’opera corale, in cui i protagonisti, vissuti in epoche diverse, ci offrono la loro particolare concezione di attesa, svelando i colori e le emozioni che ne scandiscono ogni secondo. Siamo nella Palermo dei Viceré per seguire le vicende del Conte di una famiglia nobilissima imparentato direttamente col Viceré. Il suo sonno è spezzettato, agitato, animato da ansie e paure di natura misteriosa. Non è un problema di salute né di malocchio, ma qualcosa manca al Conte che ne disturba il riposo. Spostiamoci, poi, nel primo dopoguerra, sempre a Palermo, una città miracolosamente scampata ai bombardamenti, e la nostra attenzione viene ben presto catturata da un bel giovane figlio di un imprenditore tessile trasferitosi con la sua famiglia nel capoluogo siciliano. Le sue giornate trascorrono lente e oziose e trovano negli scacchi il principale punto d’attrazione. Una partita portata avanti per corrispondenza con un fantomatico giocatore 1312, di cui ignora il nome. Infine, agli inizi degli anni ’90 dello scorso secolo, un adolescente come tanti si appresta a vivere il suo primo appuntamento con Giulia.

Le vicende umane di queste tre figure sono riunite sotto il segno della vera protagonista della storia, l’attesa, declinata sapientemente da Algozzino in maniera diversa. Se il Conte trova uno scopo con il quale riempire il suo vuoto esistenziale nell’organizzazione di un viaggio in Terra Santa, alla quale si dedica con tutto sé stesso, il gioco degli scacchi rappresenta per il giovane rampollo di una famiglia borghese un modo per mettere alla prova le sue capacità intellettuali, previsionali, gestionali, grazie alle quali riuscire a guardare oltre la maschera che ognuno di noi indossa.

Quante vite si vivono durante un’attesa? Quanto di quel potere immaginifico è andato perduto con l’avvento della tecnologia che ha ristretto i tempi di attesa, ci ha spinto a ragionare a velocità elevate a discapito della fantasia, dei sogni, del potere dell’immaginario? Non è un caso che sia stato scelto un ragazzo che ha vissuto la sua adolescenza negli anni ’90, simbolo dell’ultima generazione che può conservare ancora ricordi fatti di viaggi in treno senza cellulari, attese sulle panchine sfogliando un libro, appuntamenti sotto casa sua in cui spesso ci si ritrovava a fantasticare su una vita insieme, sposati, con due figli, villa con giardino e cane. È così scopriamo che questi tre personaggi e le loro controparti femminili in realtà sono semplici interpreti di quello che è il concetto di attesa in cui risiede la vera bellezza, la vera gioia. Come Giacomo Leopardi ne Il Sabato del Villaggio o nelle opere di Gotthold Ephraim Lessing, il carico di aspettative che accompagna gli attimi precedenti un evento sono quelli più belli, intensi, carichi di piacere.

La storia scorre fluida e piacevole grazie all’utilizzo di un linguaggio cinematografico che alterna le diverse vicende in maniera dinamica, creando la giusta tensione narrativa. Lo storytelling viene spezzato da storie brevi, spesso di due pagine, incentrate sempre sul tema dell’attesa ma avulse dai fatti principali. Nonostante questo espediente narrativo che ha l’evidente funzione di aumentare l’attesa per il prosieguo delle vicende, la fruibilità dell’opera è semplice e immediata e il lettore viene condotto attraverso questo mare di eventi che copre oltre due secoli di storia italiana.

Come già avevamo avuto modo di constatare in Ballata per Fabrizio De André, Algozzino è abile nel tracciare personaggi riusciti e credibili. Se in quell’opera l’autore pescava nella vasta antologia del cantautore genovese, questa volta tratteggia figure ispirate alla vita reale, portatori sani di quel piacere intrinseco che si annida nell’attesa. La scelta di utilizzare elementi provenienti da epoche diverse, oltre a rimarcare il grande lavoro in fase di studio preparatorio dell’autore, denota anche la volontà di creare un messaggio universale e biunivoco, che unisce in un legame indissolubile attesa e piacere. La volontà nemmeno troppo celata di Algozzino è proprio questa, andare a ripescare emozioni e pensieri che internet, smartphone e social network hanno quasi del tutto cancellato o, comunque, compromesso.

La storia, semplice e lineare, viene supportata da una prova grafica superba. La bellezza e la potenza pittorica di queste pagine è ammaliante, il tratto spigoloso viene in parte smussato dalle colorazioni pastello che addolciscono il risultato finale. Algozzino è autore dotato e poliedrico e lo dimostra divertendosi a variare il suo registro stilistico, soprattutto nei racconti brevi, in cui sperimenta soluzioni inedite e di sicuro impatto. I personaggi si muovono sullo sfondo di una Palermo barocca, passionale, caratterizzata da colori caldi, lontana anni luce dalla città ferita, devastata, squarciata dal titolo della mafia.

Storie di un’attesa è un’opera di pregevole fattura, dolce, e al tempo stesso amara riflessione su un piacere che molto spesso proviamo a riempire con futili azioni. Nonostante l’età Algozzino, classe 78, è autore maturo, sensibile, delicato nella sua prosa ma soprattutto nostalgico di un’epoca che fu. Un’epoca fatta di attese, di fantasia, di piacere.