Il duo composto da Sara Colaone e Luca de Santis ci ha abituato con i precedenti lavori a una ricercatezza di fonti e citazioni, da In Italia sono tutti maschi alle ricchissime tavole di Leda. Che solo amore e luce ha per confine, edito da Coconino, che è valso alla disegnatrice il Gran Guinigi 2018.

Ariston, la loro nuova graphic novel targata Oblomov Edizioni, presentata all’ultima edizione di Lucca Comics & Games, non delude le aspettative e si riconferma un titolo elegante e intellettuale, in cui il racconto delle tre protagoniste si srotola su tre decenni, gli anni ’50, ‘60 e ’70, con visionari flashback a spiegarne origini e ossessioni.

Gli autori, questa volta, hanno disseminato l’opera di citazioni e riferimenti culturali italiani di quegli anni, costruendo così un puzzle che fa da sfondo a una storia di emancipazione e autodeterminazione femminile; delle vere e proprie easter egg che abbiamo provato a scovare facendoci aiutare dallo scrittore Luca de Santis:

 

Primo Atto: gli anni ‘50

 

Ariston, copertina di Sara ColaoneIniziamo dall’hotel stesso: Ariston esiste davvero ed è proprio a Bibione, aperto e in attività tutt’oggi.

La canzone Amo Parigi, portata al successo da Nilla Pizzi, fu cantata precedentemente da Jula de Palma (di cui sono presenti anche altre canzoni in questo primo atto). La de Palma fu censurata a Sanremo del 1959 con la sua canzone Tua non tanto per il testo, ma per la sua interpretazione ritenuta troppo sensuale. La cantante anni dopo decise di lasciare l’Italia per trasferirsi in Canada.

Si fa accenno all’omicidio di Wilma Montesi, ritrovata sulla spiaggia di Torvaianica: per la prima volta nel nostro Paese si parlò di femminicidio e l’opinione pubblica seguì per anni la vicenda che arrivò persino in Parlamento.

Il biplano insabbiato è un riferimento alla celebre scena del film Estate violenta, del 1959, di Valerio Zurlini.

Nel cabaret del ristorante la cantante intona L’ombra, canzone sempre di Jula de Palma che trattò per la prima volta e in maniera quasi subliminale il tema della prostituzione.

Il discorso sul posto vuoto lasciato al bisognoso della contessa Bianca è tratto dal romanzo Le piccole vacanze, di Alberto Arbasino. In realtà, come ha precisato l’autore più volte nelle interviste, molti sono i riferimenti allo scrittore e lo stesso nome di una delle protagoniste, Roberta, è un omaggio a La bella di Lodi.

 

Secondo Atto: gli anni ‘60

 

Ariston, anteprima 01

È l’uomo per me è una canzone di Mina del 1964. In questo atto, troviamo altre canzoni tratte dal repertorio della famosa cantante di Cremona, che fu giudicata durissimamente dall’opinione pubblica per aver avuto una relazione con un uomo sposato e da cui ebbe anche un figlio. Negli anni ’70, Mina fuggirà in Svizzera per le troppe pressioni sociali.

Ancora un caso di cronaca importantissimo per la Storia del nostro Paese: quello di Franca Viola, la giovanissima siciliana che si rifiutò si sposare il suo stupratore, andando contro così all’articolo 544 del codice penale che estingueva di fatto ogni reato e cambiando per sempre la legislazione italiana

La scena del casotto è ovviamente una citazione di 8 e 1/2, film di Federico Fellini del 1963.

Alcune frasi delle prostitute nella scena del casotto sono estratti dal libro Cara senatrice Merlin, lettere dalle case chiuse, un raccolta di lettere che le prostitute italiane scrissero alla senatrice dopo l’attuazione della legge 75 del 1958, che chiudeva i casini e metteva al bando lo sfruttamento della prostituzione.

Al ristorante, di nuovo una canzone di Mina, Un anno d’amore, del 1964, ma questa volta a cantarla è una drag queen; una scena che ricorda molto Tacchi a spillo, il film di Pedro Almodòvar del 1991 dove Miguel Bosé vestiva i panni della drag queen Letal e ne cantava la versione in spagnolo.

Roberta, nella scena della piscina in cui parla con la Contessa Bianca, indossa il costume da bagno della prima Barbie, quella del 1959, a sottolineare ancor di più lo stato d’animo e il senso di oggettivazione che sente il personaggio.

La sequenza del telefono che squilla ricorda la celebre scena di C’era una volta in America, film di Sergio Leone del 1984.

Quando i camerieri sono riuniti in cucina, parlano di “uno sceicco che comprerà l’albergo”: è una delle innumerevoli citazioni di Fellini.

Sulla spiaggia, Roberta incontra il Commendatore con il figlio, dietro di lei passa una barca con dei grandi pezzi di statua di donna, come ne Il Casanova, film di Federico Fellini del 1976.

 

Terzo Atto: gli anni ‘70

 

La contessa Bianca, intenta a organizzare un defilé, parla di un certo Pietro che si fa chiamare Pierre: si tratta di Pierre Cardin, italiano trasferito a Parigi e molto celebre in quegli anni.

In spiaggia leggiamo le parole del successo di Patty Pravo, protagonista di questo ultimo atto con i pezzi Morire tra le viole, I giardini di Kensington e Pazza idea, tutte del 1973. Anche questa volta la scelta non è casuale poiché la Pravo fu una delle più coraggiose ed emancipate cantanti italiane, presentandosi a seno nudo nel 1977 in un programma della RAI, Stryx.

La morte di Ida, per posizione e simbolismo, riprende Monumento alla partigiana, scultura di Augusto Murer del 1961, che si trova davanti l’ingresso del sito della Biennale di Venezia.

Perché una donna che riesce, riesce per tutte le altre” è una frase pronunciata da Tina Anselmi, non solo partigiana ma prima donna ministro d’Italia.

La lista di nomi che elenca Renata sul finale è quella delle grandi partigiane italiane insignite della medaglia al valore: da Imma Bandiera a Carla Capponi, da Tina Anselmi a Livia Bianchi – detta “Franca” – a Iris Versari.

Il discorso finale che Renata intrattiene con Marco, come un po’ tutta la seconda metà del romanzo, è un rimando a Casa di Bambola, testo teatrale del 1879 scritto da Henrik Ibsen, in cui la protagonista Nora prende la medesima decisione di abbandonare la propria casa lasciando Torvald e i suoi figli per ritrovare se stessa.

Il finale vede Renata che lascia la pagina, finalmente libera, conclusione che ritroviamo anche nel precedente Leda, dove nell’epilogo il personaggio abbandonava la sua macchina per scrivere e “uscire dal libro”.

 

Ariston, anteprima 02