Mi chiamo Andrea, faccio fumetti.

 

Mi chiamo Andrea, faccio fumetti

Con queste parole si presentava Andrea Pazienza, fumettista bolognese che ha creato personaggi entrati nell’immaginario collettivo come Zanardi, Pentothal e Pertini.

Un artista fuori dagli schemi che ha raccontato la Bologna di fine anni ’70 e inizio anni ’80, una città animata dall’università, dalla droga, dalla politica e dall’Arte; la sua matita ha saputo catturare meglio di chiunque altro un periodo della Storia italiana caratterizzato da sommosse popolari e carri armati per le strade ad arginare cortei studenteschi, una risposta collettiva a tragedie come l’omicidio di Francesco Lorusso o la strage alla stazione di Bologna.

La vita e la carriera di Pazienza sono diventate un monologo teatrale, nel quale emergono le peculiarità della sua poetica e l’importanza che ha avuto nel mondo del Fumetto italiano.

 

Mi chiamo Andrea, faccio l’attore.

 

Con queste parole Andrea Santonastaso inizia un monologo che non è solo biografia di Pazienza, ma un emozionante racconto autobiografico costruito sul suo amore per il Fumetto. Sì, perché l’interprete dello spettacolo, quando era giovane, è rimasto folgorato dalla scoperta degli albi di Pazienza: una vera rivoluzione rispetto alle storie di Topolino che era abituato a leggere. Andrea ha cominciato a disegnare, si è iscritto a una scuola di Fumetto, ha imparato da artisti del calibro di Bonvi, Magnus, Igort e Giorgio Cavazzano; un giorno, con la cartellina sotto braccio, gli si è presentata l’opportunità di mostrare le sue tavole a Pazienza. E noi spettatori, seduti in platea, dopo aver capito quanto è stato importante quell’artista per l’attore che abbiamo davanti, pendiamo dalle sue labbra in attesa del racconto in prima persona di quell’incontro.

Mi chiamo Andrea, faccio fumetti

Raramente abbiamo visto sul palcoscenico in modo così evidente l’amore di un attore per ciò che sta raccontando, la sua strabordante passione per il tema che vuole trasmettere al pubblico. Questo spettacolo non è una semplice elegia nei confronti di Pazienza, ma una toccante riflessione sulle strane strade che può far imboccare il destino: come il lavoro di un artista possa stravolgere la vita e la mentalità di una persona, ma anche un grido di rabbia per le conseguenze di scelte infelici.

Santonastaso racconta Paz, si racconta, legge alcuni estratti dei volumi a fumetti, si trasfigura nei personaggi più celebri dell’autore e li disegna su un enorme foglio bianco, fondale della scena che si arricchisce di volti man mano che lo spettacolo procede. Una selezione di brani musicali particolarmente ispirata fa risuonare ancor più potente il racconto, alcune immagini visive di grande impatto emotivo rubano per pochissimo tempo la scena a una narrazione povera di orpelli, schietta e sincera.

Mi chiamo Andrea, faccio fumetti è uno spettacolo straordinario, in grado di raccontare la grandezza di Pazienza a chi non lo conosce, meglio di quanto potrebbe fare una mostra di tavole dell’artista. Ancora una volta, come già accaduto il mese scorso con Kobane Calling on stage, siamo sorpresi di quanto Fumetto e Teatro possano sposarsi in maniera così efficace.

A fine spettacolo, abbiamo raggiunto il protagonista – ancora visibilmente emozionato dopo la rappresentazione – per scambiare qualche parola sul progetto:

 

Perché questo spettacolo arriva solo ora? Come sei riuscito a tenerti dentro così a lungo, dai tuoi esordi teatrali negli anni ’80 a oggi, questa appassionata dichiarazione d’amore a Pazienza?

Santonastaso – Credo si debba arrivare a una certa età per capire determinate cose su se stessi. Avevo bisogno di lasciare sedimentare tutto quello che era successo e questa mia passione mostruosa per Pazienza, di portare avanti tranquillamente la mia carriera da attore. Quando vivi con un mito così forte per qualcuno, al punto da compiere importanti scelte di vita – ho deciso di fare il fumettaro a causa sua, e sempre per lui ho smesso di farlo – arriva il momento di raccontarlo e ti chiedi: “Ma gliene fregherà qualcosa a qualcuno?”. L’idea iniziale era infatti quella di raccontare me attraverso Paz, oppure Paz attraverso la mia vita, e temevo di non aver niente di importante da dire. Quando poi arrivi a una certa età, capisci che quello che hai da raccontare sono sentimenti universali. E a quel punto, hai vinto.

Quindi il progetto è rimasto nel cassetto per molto tempo?

Santonastaso – Io e Christian Poli, l’autore del testo, per anni abbiamo fatto uno spettacolo di cabaret in un locale bolognese di sua proprietà, e ci siamo trovati tantissime volte a parlare della passione per Paz, dell’amore che provavamo per lui. Era uno spettacolo nel cassetto, anche se in realtà non c’era nulla, era qualcosa in attesa nelle nostre teste e nei nostri cuori. Quando gli ho detto di voler fare questo spettacolo, ci siamo trovati un paio di volte e gli ho raccontato tutto. E lui ha scritto un testo come se l’avessi scritto io, cucito su di me.

Come hai scelto di affrontare quelle finestre sui personaggi, e in che modo hai lavorato sulla loro fisicità?

Santonastaso – Il regista Nicola Bonazzi ha contribuito parecchio alla scelta dei momenti da fotografare. “Zanardi” è scritto in forma di dialogo, quindi è facile selezionare degli estratti. Anche per la somiglianza, dato che ho il naso a becco come lui. Inoltre, sono un uomo buono e Zanardi rappresenta quella parte nascosta di me, credo sia uno dei motivi del suo successo: ognuno ci vede la propria anima punk, e mi piace l’idea di raccontare questo aspetto. Pompeo, per me, è il fumetto più bello che Paz abbia mai fatto, e ho chiesto di inserirlo, così da imparare dei testi da quel capolavoro.

 

Mi chiamo Andrea, faccio fumetti