Ci piacerebbe moltissimo avere sedici anni e tornare a vedere Venom, il film Marvel della Sony a cui abbiamo avuto modo di assistere in anteprima, senza conoscere il cinema muscolare degli anni Novanta, senza essere cresciuti con Sylvester Stallone e Arnold Schwarzenegger, senza i film di Jean Claude Van Damme. Ci piacerebbe essere degli appassionati dei cinecomic moderni che prendono estremamente sul serio la materia fumettistica, che trattano quasi sempre i super eroi come personaggi complessi, con grande dignità, prendendosi il tempo per mostrare lo sviluppo e il percorso delle loro esistenze. Quella che, in tempi meno cinici, avremmo definito la psicologia del personaggio. Ci piacerebbe un sacco perché sarebbe un’esperienza sorprendente e curiosa trovarsi davanti questo Venom.

Il film di Ruben Fleischer è infatti totalmente fuori dal coro rispetto a quasi tutto il resto del supereroismo cinematografico contemporaneo e abbastanza estraneo a gran parte del cinema d’azione e avventura dei nostri giorni. Non sappiamo dire quanto volontariamente e per scelta di genere, ricorda molto di più un film stile one man army di venti e passa anni fa. Non somiglia a nulla che abbiamo visto da parte del Marvel Cinematic Universe, con le cui trame non ha alcun rapporto, e nemmeno tra i prodotti della concorrenza. Venom è, a tutti gli effetti, scritto in maniera non dissimile da un film degli anni Novanta. Apparentemente, senza volerlo. Il che è parte del problema.

Il personaggio nato sulle pagine di Amazing Spider-Man e diventato popolare come nemesi di Peter Parker, qui ha delle origini completamente diverse e svincolate dal concetto di base che lo ha sostenuto per decenni nelle storie a fumetti. Non c’è traccia della sua vendetta nei confronti dell’eroe, né della sua natura di versione malata di giustiziere dalla morale deviata e sadica. Si conservano la violenza di Venom e la sua doppia natura, frutto dell’unione simbiotica tra Eddie Brock, brillante giornalista d’inchiesta che cade in disgrazia, sostanzialmente per colpa sua e di scelte poco sensate, e una creatura proveniente dallo spazio, in cerca di un ospite. Eddie è il candidato perfetto. Antagonisti della vicenda, un imprenditore senza scrupoli, figura sinistra e poco rassicurante di un Elon Musk o di un Jeff Bezos, con le mani in pasta un po’ in tutti i settori, la passione per lo spazio, manie di grandezza e un piano ben poco umanitario alle spalle, e i suoi uomini. Un incidente porterà all’incontro tra Eddie e l’alieno, i due si troveranno in un mare di guai e dovranno uscirne imparando, forse, l’uno dall’altro.

Niente di nuovo, Niente di originale. Nemmeno niente di terribile. Raccontato così. Il punto è che la trama del film narra la vicenda in maniera quasi più semplificata di quanto abbiamo fatto noi, dall’inizio alla fine. Tom Hardy si ritrova ad interpretare un personaggio costantemente sopra le righe, anche se abbiamo il sospetto che il doppiaggio e l’adattamento italiani siano stati molto fuori luogo e non abbiano aiutato per nulla. Michelle Williams, Annie nel film, risulta quasi inespressiva e protagonista di momenti di raro imbarazzo, a causa di un ruolo davvero fragilissimo da ex fidanzata dell’antieroe. La sceneggiatura è affrettatissima e colma di momenti che lasciano onestamente basiti. Le ragioni per cui i personaggi si comportano come fanno sono davvero di una sottigliezza impalpabile. Ci si mette anche un umorismo fatto di one-liner prese di peso dai film action di due generazioni fa a rendere il film un polpettone abbastanza indigeribile, vecchio e stantio, rimasto in frigorifero per troppo tempo e resuscitato per motivi oscuri.

Fanno da contorno a storia e personaggi bidimensionali una regia caotica che rende l’azione poco comprensibile, evocando il peggior Michael Bay e il Paul Greengrass che non ci piace, e l’assenza di una vera scelta nei toni. Venom è un personaggio da film horror e il tema del dualismo, dell’ospite buono che entra in conflitto con l’alieno violento sarebbe stato molto interessante. Le atmosfere visive, invece, cambiano in continuazione, così come quelle della vicenda e dei dialoghi. C’è un’ironia da True Lies affiancata a momenti che vorrebbero spaventarci e inquietarci. Non funziona. Mai. E quando si ride lo si fa nei momenti sbagliati, a causa di una comicità involontaria che interviene a salvarci durante la visione, altrimenti soporifera e prevedibilissima.

L’unica scelta sempre coerente in Venom è che tutti quanti fanno la figura dei buffoni. Eddie si rovina la vita da solo, avvisato dalla sceneggiatura di come sarebbero andate le cose almeno tre volte. Annie prende decisioni insensate, o perlomeno non spiegabili, per tutta la durata della pellicola. E vedere l’alieno invasore che stacca le teste a morsi fare la morale a Brock come un bravo psicanalista che tira le somme assieme a un paziente testone è stato davvero troppo per noi e un po’ per tutta la sala.

Venom è quindi soprattutto un grande spreco di materiale umano, in cui ci troviamo di fronte due grandi attori alle prese con ruoli e trame che ne abbattono il talento. Abbiamo avuto un sussulto di speranza dopo il finale, nella scena post-credit. Ma niente. Una bella sorpresa, non proprio inaspettata, è trascinata nella polvere dal leit-motiv del film. Grande attore, recitazione da rossor di gote.