La donna chiamata Fujiko Mine

Nel 2012, in occasione del quarantesimo anniversario del manga originale e il quarantacinquesimo dell’esordio in versione animata, Toho annunciò una nuova serie televisiva dedicata a Lupin III. In realtà il progetto si rivelò essere uno spin-off dedicato a Fujiko Mine, la prima opera del franchise diretta da una donna: Sayo Yamamoto (Michiko e Hatchin, Yuri!!! on ice) fornì un’interpretazione inedita del Ladro Gentiluomo e dei suoi compagni più matura e dark di quanto visto fino a quel momento, vicino allo stile graffiante del fumetto di Monkey Punch.

La donna chiamata Fujiko Mine si può definire un prequel della prima serie animata e inizia raccontando i primi incontri della femme fatale con gli altri singoli protagonisti, tutti in qualche modo attratti dal suo fascino. Questo elemento è reso in modo eccessivo rispetto alle caratterizzazioni canoniche dei personaggi: persino il freddo Goemon si innamora dell’affascinante donna, mentre l’Ispettore Zenigata approfitta addirittura di lei durante un interrogatorio. Nel corso dei tredici episodi, però, la prospettiva cambia raccontando una storia di cui Fujiko è la protagonista assoluta, pur mostrando nella maggior parte dei casi gli eventi da un punto di vista diverso dal suo.

L’atmosfera hard-boiled fa quasi scomparire l’umorismo e la leggerezza tipici degli altri prodotti animati di Lupin III, aspetto evidente soprattutto nel personaggio di Zenigata, qui rappresentato come un serioso detective da film noir, senza la minima traccia del ruolo da contrappunto comico che gli viene solitamente assegnato. Al suo fianco, il tenente Oscar, un assistente che ha un’ammirazione quasi morbosa per il suo superiore, tanto da sviluppare una forte gelosia nei confronti di Fujiko. Si tratta di una figura che inizialmente non sembra aggiungere molto al quadro complessivo, ma il suo ruolo nella trama orizzontale si rivela un elemento efficace e sorprendente.

La donna chiamata Fujiko Mine

L’approccio più adulto si nota anche dall’estetica, con il character design di Takeishi Koike (Redline, Afro Samurai) pronto ad abbandonare i tratti più cartooneschi in favore di volti più seri, ai quali in ogni inquadratura vengono aggiunte ombreggiature attraverso spessi tratti neri che ricordano l’inchiostratura dei manga. Questa volta, gli spettatori più giovani non fanno parte del target di riferimento, visto che ci sono abbondanti scene di nudo ed espliciti riferimenti sessuali, permettendo alla protagonista di sfruttare al massimo l’avvenenza delle sue forme.

A rendere ancora più particolare questa serie è l’assenza del classico tema di Lupin III e delle musiche di Yuji Ono, sostituite da una colonna sonora jazz ugualmente ispirata, composta da Naruyoshi Kikuchi e prodotta da Shinichiro Watanabe (con cui la regista aveva già collaborato per Michiko e Hatchin). I vari episodi sono abbastanza eterogenei: cominciano con avventure autoconclusive più spettacolari per poi concentrarsi sulla conclusione della trama verticale, con visioni oniriche e rivelazioni sul passato di Fujiko.

Questa brusca virata stilistica potrebbe fare di La donna chiamata Fujiko Mine un reboot della serie principale, dato che racconta nuovamente le origini della banda di ladri dai tempi della giacca verde; poco tempo dopo, però, sarà messa in produzione la quarta serie animata “ufficiale” di Lupin III, che affiancherà la produzione di un paio di lungometraggi cinematografici con questo approccio adulto, come fosse ormai un binario parallelo, un elseworld rivolto a quella fascia di pubblico pronto a vedere il Ladro Gentiluomo e i suoi compagni alle prese con vicende più mature.

 

 

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