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I Kill Giants è approdato su Netflix, e la trasposizione del pluripremiato fumetto di Joe Kelly e Ken Niimura non ci ha lasciati indifferenti. La storia, nelle sue premesse, è esattamente la stessa della serie. Barbara Thorson è una bambina potentemente geek, persa nel suo mondo fatto di avventure fantastiche. Si è presa in carico il ruolo di protettrice della sua città, collocata in un New Jersey in cui il sole è sempre un po’ velato e l’oceano un po’ mosso. Da cosa li protegge? Dai giganti del titolo, ovviamente, che sono di varia natura, di gusti differenti, ma tutti di mente orientata a una e una sola cosa: distruggere e far soffrire. Un gigante, avverte Barbara, non si limita solo a farti del male, quando assale il tuo villaggio, ma ti porta via tutto quel che rende bella la tua vita.

Il ruolo di protettrice della città non è semplice per una adolescente. Significa un sacco di lavoro: controllare il pelo dell’acqua, piazzare trappole ed esche, portare a termine rituali che li tengano lontani. E, soprattutto, farsi ridere dietro da compagni di scuola, sorelle maggiori che tentano di mandare avanti una famiglia quasi a pezzi, fratelli egoisti e miopi che ti considerano, come tutti, una pazza da evitare. Perché nessuno crede ai giganti e ai titani, nessuno crede che i tifoni siano in realtà una manifestazione del loro odio e i terremoti della loro rabbia. E tu sei solo una svitata da maltrattare, che non ha nemmeno un amico al mondo e fa soffrire tutti quelli che le stanno attorno. Tranne forse Sophia, la nuova arrivata, che si è incuriosita e non ti canzona in continuazione. Lei è tua amica, ma la tua missione rende difficilissimo essere tuoi amici.

Il punto è – e per parlarne dobbiamo anticiparvi un concetto importante della storia – che non si capisce quanto i racconti di Barbara siano reali e quanto no. Quel che vediamo è sempre in bilico tra la sua prospettiva, di chi la sa lunga e vede ben oltre il velo della realtà, e quella di chi la osserva da fuori e vive in un mondo normalissimo. Restiamo sempre in dubbio. L’arma ancestrale di Barbara, da usare solo in caso di estrema necessità, è solo un bastoncino con un paio di ossa attaccate, oppure si trasforma davvero nel micidiale martello mistico Coveleski? Le voci che la ragazza sente nella testa sono solo frutto della sua immaginazione? Ha ragione la signorina Mollé, la psicologa della scuola, a pensare che Barbara stia affrontando una situazione familiare tragica rifugiandosi nelle sue fantasie, oppure i giganti sono ben più di una manifestazione del trauma e delle paure di Barbara, dell’assenza dei suoi genitori, delle difficoltà di una vita che non dovrebbe toccare a un’adolescente sensibile?

La scelta di creare quest’incertezza fa sì che, veri o presunti, i giganti assumano nella storia un significato fortemente allegorico. Le missioni di Barbara sono infatti comunque due: uccidere i maledetti stupidi giganti, dando prova di diligenza, cuore puro, abnegazione e adesione alle regole del mondo mistico e accettare quel che alla sua età è inaccettabile, imparare ad affrontare il dolore, crescere nella maniera più complicata, affrettata e ingiusta che esista. Attraverso il trauma, l’abbandono, la solitudine e la perdita.

I Kill Giants, copertina di J.M. Ken Niimura

Il cast è grandioso e i personaggi tutt’altro che bidimensionali. Zoe Saldana nei panni della Mollé è convinta e convincente. Madison Wolfe è una Barbara Thorson coi fiocchi e Imogen Poots ci fa sentire tutta la disperazione e la frustrazione di Karen, sorella che tenta di essere un’eroina per tutti i suoi cari nel momento più difficile. Nella costruzione emotiva e di ruolo dei personaggi, il film non fa rimpiangere le sceneggiature di Kelly, che certamente avevano più tempo per aggiungere strato a strato alle personalità in gioco.

Dove la pellicola va sotto rispetto alla serie è sul piano della messa in scena. Niimura metteva sulla pagina l’azione in modo spettacolare, il che faceva di I Kill Giants sia un racconto metaforico e psicologico che un fumetto fantasy a tutti gli effetti, vera o immaginata che quell’azione fosse nell’economia della storia. Qui c’è soprattutto la promessa di un’avventura e, quando gli eventi precipitano e vediamo il confronto tra Barbara e i suoi nemici, lo spettacolo di fronte ai nostri occhi manca di convincerci fino in fondo. Non è girato per essere credibile in termini di azione. Forse per scelta, forse no, crea un effetto proprio sul finale un po’ fastidioso: diminuisce la forza di quella componente, fondamentale per mantenere il dubbio sulla sua realtà.

Barbara, nel fumetto, ci appare come una vera guerriera, quando impugna Coveleski. Se il suo scontro con i giganti è irreale, ne risulta potenziata la sua immaginazione produttiva, la forza della sua fantasia che riduce a immagini allegoriche le sue difficoltà. Se invece è tutto vero, non c’è nulla di strano. Barbara è davvero la protettrice della sua cittadina, un’iniziata ai segreti oscuri del mondo. Nel film, invece, non si muove come un’eroina d’azione, e questo finisce per farci dubitare fortemente del fatto che lo sia davvero, spostando un po’ l’asticella verso il dubbio e depotenziando la forza della sua fantasia. Un difetto minore, forse, ma che abbiamo sentito, pur avendo apprezzato molto questo film ben girato, molto fedele alla sua fonte e molto coinvolgente.

Un applauso ad Anders Walters, regista esordiente che ha saputo trovare le giuste atmosfere per una storia non facile, molto significativa e che colpisce al cuore.