A Napoli Comicon 2018, Shockdom ha portato in anteprima la graphic novel 365, scritta da Lorenzo Palloni e disegnata da Paolo Castaldi. Il volume fa parte dell’ambizioso progetto Timed, e ha il compito di chiudere la prima parte dell’iniziativa crossmediale. In questo contesto, abbiamo avuto il piacere di incontrare Palloni, giovane autore aretino attivo per sia nel mercato italiano che in quello francese, con produzioni proprie o con il collettivo Mammaiuto.

Ringraziamo lo staff di Shockdom per la disponibilità.

 

Ciao, Lorenzo! Benvenuto su BadComics.it!
Cominciamo questa intervista parlando dell’ambizioso progetto “Timed”: qual è stato il tuo approccio a esso e quali idee hai proposto quando sei stato coinvolto su “365”?

365, copertina di Paolo Castaldi

Tutto il progetto “Timed” parte da “365”. L’idea è quella di due ragazzi, Salvatore Cervasio e Antonio Sepe, che hanno fatto una scommessa con Paolo Castaldi, il disegnatore di “365”. In pratica, i due hanno creato una pagina su Facebook, “Castaldi for Heroes”, e nel caso in cui avesse raggiunto un certo numero di like, cosa che poi fortunatamente è accaduta, avrebbero realizzato un fumetto. Lucio Staiano, a quel punto, ha deciso di coinvolgere me sulla sceneggiatura, visto il poco tempo di cui disponeva Paolo.

Ho preso il soggetto di questi due ragazzi, l’ho un po’ strappato, ci ho rimesso su le mani, ho aggiunto un personaggio per dare un po’ più di dimensione al tutto e alla fine è nato “365”. Partendo da questa storia, Lucio ha pensato di creare “Timed”, un universo condiviso dove si potessero muovere più autori, più storie, più prospetti con un filone principale, la dorsale su cui si innestavano racconti singoli come il nostro.

Mi sono approcciato alla scrittura nell’unico modo per me possibile: vengo da vent’anni di letture di Fumetto americano e, almeno fino a quando non ho iniziato la Scuola di Comics, ho letto esclusivamente super eroi. Mi sono avvicinato a questo genere all’età di sei anni, e scrivere storie così è sempre stato un po’ il mio sogno, mi sento veramente a casa. Non è l’unico progetto in materia, ma “365” è il primo.

All’interno di un genere dalla tradizione decennale, dunque, che tematiche hai voluto inserire?

Mi sono lanciato in un’analisi sul potere e su come questo possa cambiare le persone. I Timed scoprono di avere questi poteri ma, al contempo, sanno che il loro tempo è limitato. A questo punto ho provato a vedere se il potere, unito a questa scadenza, può trasformare le persone in meglio o in peggio. Che poi, per me non esiste un “meglio” o un “peggio”, ma un modo differente di concepire il potere.

Nella sceneggiatura ho voluto realizzare una sorta di chiasmo: immaginavo la struttura della storia a “X”, con la protagonista Lucha che viene da un’adolescenza fascista estremamente violenta, piena di rancore e di odio, che compie un percorso inverso, virtuoso; questo sviluppo procede in parallelo a quello di Nico, un personaggio opposto, con una concezione del mondo e della vita estremamente positiva, che vuole aiutare il prossimo. I poteri giungono nella vita di Nico del tutto inattesi: a quel punto possiede ciò che ha sempre desiderato, può dare concretamente qualcosa al mondo. La trasformazione, però, lo porta verso qualcosa di imprevedibile, lo rende ciò che ha sempre odiato: un tiranno!

Nell’Universo Timed, quindi, avere grandi poteri è quasi una condanna a morte. Questo per un narratore è estremamente stimolante. All’interno del progetto “Timed”, ognuno di noi si è sentito sollecitato da quest’idea di partenza dalla quale poi abbiamo ricavato riflessioni sull’umanità, sul trascorrere del tempo. Sono molto grato a Paolo di avermi fatto partecipare.

Si parte, dunque, da una declinazione del tema del super eroe per poi allargare la riflessione a problematiche quali tolleranza e integrazione. In “365”, Buenos Aires è divisa da un muro, quasi a voler rimarcare ulteriormente la scissione dell’Universo Timed, polarizzato intorno alle due multinazionali, TheNation e NewState, che gestiscono la vita sul pianeta.

Assolutamente! E aggiungerei anche di emigrazione. Fondamentalmente ci troviamo di fronte a uno scenario come quello della Berlino degli anni ‘40, ’50 e ‘60, trasportato però in un futuro prossimo venturo. Si sono susseguite un’infinità di idee, che abbiamo sfruttato componendo un collage abbastanza coerente.

Leggendo “Falene” ho notato come, partendo da un’analisi delle brutture della società contemporanea, conducevi il racconto verso l’estremizzazione di queste situazioni creando racconti brevi davvero crudi e violenti. In questo lavoro legato all’Universo Timed hai seguito un percorso similare?

Esatto! In realtà, credo che non solo io ma anche gli altri autori abbiano messo in pratica un processo similare. Il narratore si guarda intorno, osserva come funziona il mondo e cerca di rappresentarne le peculiarità in positivo o in negativo. Ma, vivendo in un mondo che presenta più aspetti negativi che positivi, le tinte delle varie storie sono decisamente oscure. Credo che dover raccontare le cose brutte renda il ruolo del narratore più facile. Ammiro scrittori come Tito Faraci o Sio, che riescono a trovare aspetti positivi nella vita quotidiana. In tal senso, “365” rappresenta proprio questo: la globalizzazione è finita.

Nasci come autore completo: come ti sei trovato a lavorare con Paolo Castaldi? Che tipo di collaborazione è nata tra voi?

Molto spesso lavoro con autori completi che mi chiedono collaborazione, o ai quali la chiedo io, magari perché mi piace il loro particolare storytelling. Quando lavoro con qualcuno voglio il suo storytelling al servizio della storia che voglio raccontare.

Con Paolo è stato esattamente come pensavo: lui è un autore quasi ingestibile, ma siamo arrivati a un accordo. La sceneggiatura è stata una specie di flusso di narrazione quasi in prosa. Ovviamente non avevo il controllo totale della sceneggiatura ma gli ho dato tante informazioni che lui è riuscito a modellare, ed è venuto un lavoro perfetto!

Sempre per Shockdom, questa volta però insieme a Martoz, stai realizzando “IstantlyElsewhere”: com’è nata questa collaborazione e a che punto siete della lavorazione?

IstantlyElsewhere, copertina di Martoz

Proprio stamane ho visto per la prima volta le tavole della sceneggiatura che ho finito: saranno duecentodieci tavole, ma credo che ce ne saranno di più, perché Martoz tende ad allargarsi sempre. Lui ne ha già concluse centotrenta, e quando le ho viste per la prima volta mi sono emozionato, perché era esattamente quello il risultato che speravo di ottenere chiedendo ad Ale di collaborare.

Fondamentalmente, lui è un cavallo pazzo, non sai mai come può reagire a certe cose, ha una quantità di immaginazione e di fantasia fuori scala. È estremamente poco logico, quindi volevo veramente vedere cosa poteva succedere mettendo la mia logica insieme alla sua follia, ed è successo ciò che pensavo. Ha trovato un nuovo stile molto più leggibile. Lo storytelling è perfetto, inquadrature di regia grafica come se vedessi un film. È un fumetto mainstream estremamente delirante.

Che temi tratterà?

La storia è una maxi-riflessione sul perché una persona crea, un po’ come farsi una sega allo specchio. Narrare è come una droga, per me: non riesco a staccarmi. È una cosa che ti prende tutto e mi porta a domandarmi perché una persona crei. Quindi ho concepito l’idea di questo personaggio, Owe Theobart. Immagina uno scrittore di bestseller degli anni ‘60 o ‘70, in America, che ha un segreto: qualsiasi cosa lui non scriva, diventa realtà. La storia inizia con una fuga di alcuni super eroi che mettono in pericolo Owen e la sua famiglia, e lui dovrà capire come risolvere la situazione attraverso la disamina del creare. Qui è tutta una riflessione sul perché si debba essere schiavi della narrazione. È molto particolare, molto complesso.

Shockdom ha pubblicato un importante volume di oltre seicento pagine contenete il webcomic “Mooned”, opera pervasa da una forte componente negativa, oscura. Torneresti a lavorare su questo progetto?

Partiamo dal presupposto che io sono una persona dalla visione delle vita negativa. Quello che accumuna la gente che mi circonda è il dolore, una costante che ci accompagna dalla nascita fino alla morte, e sono convinto che il concetto di felicità sia qualcosa di fin troppo fugace. Nei due anni in cui ho lavorato a “Mooned”, inoltre, si sono aggiunti anche una serie di avvenimenti negativi che hanno sicuramente influito sulla scrittura, penetrando in maniera netta tra i solchi della mia idea primigenia.

È stata una gran fatica, e posso dirti che “Mooned” è l’unica storia che mi manca, ma non tornerei mai a lavorare su questo speciale capitolo della mia vita. Quando ho iniziato a lavoraci, ero già consapevole che quello sarebbe stato il finale, anche se nei due anni di sviluppo ho avuto alcune idee che hanno fatto vacillare le mie sicurezze iniziali. Una volta chiusa la storia, riaprirla sarebbe una maledizione. Come quando apri la tomba di un faraone: sai che ne verranno fuori solo guai.

In generale, non contemplo sequel per le mie opere, a meno che non si tratti di un qualcosa di seriale. “Mooned” è assolutamente finita.

L’ultima domanda è su Mammaiuto e sui collettivi in generale: quanto è importante per te questo tipo di interazione?

È fondamentale. Sinceramente, senza Mammaiuto non saprei raccontare. Ci siamo conosciuti alla Scuola di Comics di Firenze, e un anno e mezzo dopo il diploma sono stato contattano per far parte del collettivo. Sebbene lo spirito iniziale fosse positivo, ho impiegato un po’ di tempo per comprendere le dinamiche del gruppo, capire in che direzione volevamo muoverci e cosa volevamo ottenere. Quando l’ho capito e mi sono lasciato andare, mi sono ritrovato a raccontare cose davvero potenti, merito anche delle persone che avevo intorno e che mi aiutavano con un editing assolutamente spietato.

Mammaiuto è molto particolare come collettivo, me ne rendo conto sia se lo guardo dall’interno sia se mi pongo dall’esterno, perché si tratta di un gruppo di persone che si sono ritrovate con un’idea comune di Fumetto, di narrazione. Siamo partiti in sette, e a mano a mano si sono aggiunte altre persone, anche loro con la nostra stessa concezione. È come stare in una grande famiglia, è un supporto familiare oltre che lavorativo.

Un ragazzo che esce ora da una scuola di Fumetto sarà più avvantaggiato in un collettivo, ti dà maggiore visibilità. Anche sui social ci si sostiene l’un l’altro. Mammaiuto è un’istituzione più familiare. Internet è stato un bel trampolino di lancio.

 

Pasquale Gennarelli e Lorenzo Palloni