La letteratura rappresenta da sempre una strada per conoscere l’ignoto, e uno dei misteri più ampiamente esplorati e declinati è ciò che avviene a noi stessi dopo la morte del corpo. Indagare i passi che un uomo può muovere al di fuori della propria forma fisica è spesso andato a braccetto con il racconto del mito dell’eroe, quel percorso iniziatico volto alla conoscenza della propria intimità e di quella consapevolezza che permette al singolo di vedersi sotto una luce nuova e di capire in modo più efficace il mondo che lo circonda. Con Il cacciatore Gracco, edito da Coconino Press, Martoz propone una sua visione dell’esperienza oltre la morte fuori dai canoni estetici e narrativi tipici del Fumetto italiano.

Partendo dall’omonimo racconto incompiuto di Franz Kafka, l’autore racconta il peregrinare di Gracco in un mondo a lui ostile, in cerca di vendetta contro il Camoscio Bianco. Il cacciatore è morto, ma il suo viaggio nell’oltretomba non va come previsto, quindi si ritrova nuovamente a riprendere il suo cammino da dove l’aveva interrotto, interagendo con una realtà che riassume in modo grottesco l’epica omerica, l’Orlando Furioso di Ariosto, Moby Dick di Melville, la Fiaba (intesa come archetipo narrativo) e i miti della storia umana.

Gracco è ostinato, il fine è la sua forza e nulla potrà fermarlo. Anche quando sembra immergersi ed abbandonarsi alla sua nuova esistenza, un ricordo, il colore Bianco lo richiama all’ordine e al dovere. L’uomo è nella sua monodimensionalità la rappresentazione stessa dell’istinto cacciatore, base della cultura che trasforma uno stato di quiete in uno di moto – in questo caso, all’apparenza perpetuo – alimentato da una continua ed insaziabile fame.

L’obiettivo della caccia prevede il tornare in un luogo specifico, la Foresta Nera di Friburgo, che viene assorbita dal tritacarne grafico di Martoz. L’autore rappresenta ogni figura e ogni ambiente in modo strettamente personale. Il percorso introspettivo del personaggio viaggia di pari passo con quello dell’autore che, scegliendo una direzione con testi e immagini volutamente ostici alla lettura, richiede una permanenza più lunga e ragionata su ogni pagina per cogliere il senso di quanto illustrato.

Il filo conduttore che collega tutti i contenuti, allegorici dell’arte quanto della vita, è la teatralità. Ogni battuta o ogni gesto che l’accompagna è plateale e altisonante, dando all’intera vicenda un carattere grottesco, proprio come la morte dello stesso Gracco avvenuta nell’incarnazione letteraria originale del personaggio. Il Sindaco, figura narrante della storia, sa come tener salda la presa sul lettore, appassionandolo e spingendolo a girare una pagina dopo l’altra, seguendo i passi del cacciatore nei luoghi più remoti e intriganti.

Martoz esprime con il suo tratto e il suo linguaggio un’avanguardia coraggiosa che impone al lettore un bivio senza compromessi.  Scompone ogni immagine, accentuando caratteristiche fisiche che rappresentano il fulcro dei diversi passaggi narrativi, con un uso dei colori legato al tono del racconto, anch’esso in continua variazione. L’esplosione dell’immaginario dell’autore, a prima vista disordinata, è in realtà estremamente precisa e ragionata, dove ogni elemento e ogni scelta compositiva ha un senso specifico.

Il cacciatore Gracco, così corposo tanto nel quantitativo di tavole quanto nel loro peso, o lo si ama o lo si odia, perché diametralmente opposto a qualsiasi altra espressione del medium Fumetto prodotto in terra nostrana. In un settore dove spesso di guarda al passato per cercare una sicurezza e uno splendore perduto, sia sotto il profilo editoriale sia nelle storie stesse, dove la memoria è fulcro del racconto, Gracco sente il peso della sua memoria durante la ricerca di sé, proponendo una risposta spaventata e credibile, come quella di chiunque provi a muoversi al di fuori della sua tana.