Black Panther Poster

Chi avrebbe potuto immaginare che i toni e le atmosfere che i Marvel Studios non sono mai riusciti a trovare per Thor, ovvero quelli epici, che raccontano dell’eroe di un popolo strabiliante e superiore, di una divinità protettrice di un’intera cultura e, per estensione, del mondo intero, sarebbero stati caratterizzanti di un altro personaggio della Casa delle Idee? Non chi vi parla, che è andato al cinema a vedere Black Panther pensando di trovarsi davanti una storia soprattutto afroamericana e che invece ha apprezzato non poco un film africano, fatto di tribù, di fratelli, di radici, di sogni mai realizzati, ma non per questo morti o meno importanti della più antica delle patrie degli uomini.

In breve, la trama, che prende le mosse una settimana dopo gli avvenimenti di Captain America: Civil War dal punto di vista dell’azione narrata, ma che affonda le sue fondamenta venticinque anni prima: il Wakanda è un Paese fantascientifico nascosto nel cuore del Continente Nero, uno stato che ha raggiunto quel che ogni nazione desidera: il pieno e completo equilibrio tra tecnologia, sviluppo e ambiente naturale. Il Wakanda è il Paese più avanzato dal punto di vista tecnico e militare, roba che fa sembrare Tony Stark un novellino della tecnica. Il tutto, grazie al Vibranio, un metallo che si annida da tempo immemore nelle viscere della terra di questa nazione, dalle qualità assolutamente uniche, che ha sempre garantito ai wakandiani la supremazia tecnologica sul mondo intero. Per preservare tutto questo, assieme alle sue tradizioni millenarie, il Paese si nasconde in piena vista, tramite un sistema di ologrammi e di disturbo delle comunicazioni che fa apparire le sue città futuristiche come il più povero stato dell’Africa.

Nessuno è a conoscenza del suo vero potere, del benessere che ha prodotto. Wakanda si è isolato dal resto del mondo, ha mentito alla comunità internazionale per secoli, si è volutamente trasformato in un’enclave la cui scienza avanzatissima è protetta dalla volontà pervicace di un popolo di difendere le proprie tradizioni e la propria identità, in un paradosso affascinantissimo giocato tra passato radicato e futuro trascinato nel presente.

Come sappiamo, il suo re, T’Chaka, è morto durante gli eventi di Captain America: Civil War e un nuovo monarca, nonché eroe, nonché protettore e guerriero più valoroso, sta per essere incoronato per godere dei poteri garantiti dalla dea Bast, dalle tradizioni e dalla tecnologia. T’Challa, il nuovo Black Panther, è un uomo buono che presto dovrà rendersi conto di quanto complesso sia governare, avere in mano il potere assoluto e gestire la forza di uno stato del genere, tanto tradizionalista quanto potenzialmente attore di cambiamento, mantenendo la purezza degli intenti e la bontà delle intenzioni.

Inoltre, all’orizzonte si profilano vecchie minacce, che potrebbero mettere in crisi l’isolamento della nazione, e pericoli più inaspettati, che promettono di trasformare quell’isolamento in aggressione, in volontà di dominio, in sentimento di vendetta nei confronti di un mondo che non ha mai avuto giustizia per il popolo africano, nel corso dei secoli. Il nuovo re dovrà affrontare una sfida dall’esterno e una più intima, dovrà difendere la sua corona e le tradizioni, dovrà fare i conti con un mondo che è cambiato e con i suoi sentimenti e desideri, che non sono quelli dei sovrani precedenti a lui. Dovrà mettere in crisi se stesso e trovare la forza di cambiare per cambiare il suo paese, senza snaturarne l’identità.

Il regista Ryan Coogler coglie molto bene i toni, visivi e narrativi, di questa storia. Avessimo visto la cultura asgardiana presentata in maniera sfaccettata e convincente quanto quella wakandiana, avremmo accolto la trilogia dei film su Thor celebrandola con gioia. Invece è nelle movenze, negli usi e costumi di quest’Africa immaginaria e riscattata che c’è la sensazione di un popolo privilegiato e superiore, in grado di aiutare il mondo a essere migliore, ma ancora troppo spaventato dal mondo stesso per assumere il suo ruolo. C’è davvero la tribalità, il senso di una forza antica e di genti, di sangue, di memoria nella descrizione dei wakandiani e del loro re, cosa che abbiamo apprezzato moltissimo. Così come belli sono i paesaggi, sia quelli da foresta e savana, sia quelli della città avanzatissima. La messinscena scricchiola invece sulla CGI, eccessiva ed evidente per alcuni elementi, e nelle scene di lotta e combattimento in costume, non sempre all’altezza.

Meravigliose le quattro donne che, assieme a Black Panther, sono protagoniste della scena. Lupita Nyong’o, Danai Gurira, Angela Bassett e Letitia Wright rubano la scena a Chadwick Boseman e al suo T’Challa più che meritatamente, in diverse fasi della storia, sempre risultando credibili ed entusiasmandoci non poco. Così come saggia è la scelta degli avversari di Pantera Nera. Da un lato Klaw, già visto in Avengers: Age of Ultron: il ladro di vibranio di Andy Serkis è un cattivo sopra le righe, interpretato magistralmente e dannatamente divertente. Il Killmonger di Michael B. Jordan ha chiaramente meno carisma, ma ha il vantaggio di essere sfaccettato nelle ragioni per cui agisce, di non essere il cattivo classico, di non risultare banale nella sua costruzione.

Diversi i temi della storia, molto più identificabili rispetto al classico film Marvel Studios. Black Panther ha chiaramente anche un’identità politica precisa. L’antirazzismo e la celebrazione di un rapporto paritario tra uomo e donna sono i più evidenti, ma è interessante anche la visione della sceneggiatura della responsabilità personale di fronte a un popolo da parte di un sovrano, e insieme quello nei confronti delle scelte di chi ci ha preceduto, in grado di creare mostri in nome dell’autoconservazione; c’è il tema della necessità di tagliare i ponti con il passato, con i padri, con gli antenati, per uscire dall’impasse di una tradizione che va rispettata senza lasciare che diventi un macigno, che soffochi le istanze di cambiamento e di riscatto.

C’è infine un’avventura classicissima, giocata attorno alle fragilità dell’eroe, alla caduta e alla rinascita, al rispetto che genera rispetto, al dramma shakespeariano del nemico che ci assomiglia, dal cammino opposto e speculare a quello dell’eroe, che nasce dalle tradizioni portate all’eccesso e dalla paura di guardare finalmente avanti, di rompere il circolo vizioso dell’abitudine. Il tutto in due ore e venti che non sempre mantengono alto il ritmo della narrazione, rischiando di perdere quegli spettatori che meno apprezzano gli elementi che ci hanno più convinto e che hanno incollato alla poltrona chi vi scrive. Senza contare la migliore e più azzeccata colonna sonora della storia dei Marvel Studios.