La Pietra della Saggezza poster

Il successo della seconda serie televisiva di Lupin III, iniziata da circa un anno, permette al ladro gentiluomo di sbarcare sul grande schermo con un lungometraggio animato dall’incredibile budget di cinquecento milioni di Yen, una cifra senza precedenti per un film d’animazione giapponese (paragonabile a quella dei Classici Disney dell’epoca), che sarà ampiamente ripagata grazie a un incasso quasi doppio.

Quando nel 1978 La Pietra della Saggezza viene proiettato nei cinema nipponici, la campagna promozionale lo presenta come un prodotto che ricrea le atmosfere più adulte della prima serie, prendendo dunque le distanze dagli episodi in onda sul piccolo schermo in quei mesi, pensati anche per un pubblico più giovane. La regia del film è affidata a Soji Yoshikawa, autore del copione e dello storyboard del primo e dell’ultimo episodio di Le Avventure di Lupin III; il character design di Yuzo Aoki (che manterrà il ruolo anche nella terza serie animata) ha linee meno armoniche di quanto visto finora, ispirandosi al tratto più graffiante del manga di Monkey Punch.

L’approccio maturo è evidente fin dalla prima scena, in cui vediamo Lupin morire impiccato; la sua identità non è però palese da subito, visto che nel frattempo il ladro gentiluomo gira per il mondo alla ricerca di alcuni oggetti desiderati da Fujiko. La donna – che libera dalla censura televisiva appare in più occasioni senza veli – vuole infatti soddisfare le richieste di un misterioso individuo di nome Mamoo, che si rivelerà però una pericolosa minaccia: è infatti in grado di clonare le persone, processo a cui ha sottoposto anche il suo corpo così da poter vivere per secoli e influenzare la Storia. Questi oggetti (tra cui la pietra che dà il titolo al film) servono per ottenere l’immortalità, ma Lupin sembra non essere minimamente interessato a ottenerla, quanto più a fermare le mire del suo pericoloso avversario.

La Pietra della saggezza è un film ambizioso, con grandi scene d’azione e una trama che mette in campo concetti come l’identità personale e la mortalità dell’individuo. Dal punto di vista grafico ci sono interessanti esperimenti visivi, inquadrature ispirate e una sequenza virtuosistica in cui il protagonista vaga tra scenari ispirati ai quadri di Escher, Renoir, Dalì e De Chirico. Il terzo atto diventa estremamente fantascientifico, un territorio inedito per il personaggio, qui alla sua unica interazione con astronavi e viaggi interplanetari.

A differenza di altre avventure cinematografiche di Lupin III che verranno realizzate in futuro, questo lungometraggio si rivolge in particolare a chi conosce già il ladro gentiluomo, richiamando i toni della prima serie animata, nonostante la presenza della giacca rossa, elemento caratteristico della seconda.

Lo spettatore neofita avrà infatti un minore coinvolgimento emotivo in momenti forti costruiti sul ribaltamento di alcune certezze, come il brusco litigio che porta Jigen e Goemon ad abbandonare Lupin, non riuscendo più a tollerare il suo attaccamento a Fujiko, o la rottura della spada Zantetsuken.

Il ruolo di Zenigata rimane abbastanza marginale, anche se la sua presenza ricorre per tutto il film; viene addirittura rivelata l’esistenza di una figlia, mai più citata nella serie ma in grado di suggerire il livello di abnegazione alla cattura della sua nemesi, tale da tenerlo lontano dalla famiglia. La divertente sequenza finale su cui scorrono i titoli di coda vede Lupin e l’Ispettore fuggire dalle esplosioni ammanettati per le caviglie, un breve assaggio delle situazioni buddy che verranno proposte in più occasioni in futuro, per la gioia del pubblico.

 

CHRONO LUPIN III: