Grazie alla disponibilità dello staff di Panini Comics, a Lucca Comics & Games 2017 abbiamo potuto intervistare a lungo uno dei più straordinari sceneggiatori dell’attuale Fumetto statunitense. Con Jason Aaron abbiamo parlato dei suoi titoli indipendenti, della sua carriera alla Marvel e del suo amore per i comics di ogni genere.

Siamo sicuri che i tanti fan dell’autore di Wolverine and the X-Men, Mighty Thor e The Goddamned apprezzeranno quel che ci ha raccontato su di sé e sul suo lavoro. Buon divertimento.

 

La prima domanda è piuttosto leggera. Hai già visto “Thor: Ragnarok”, il film?

No, non ho avuto modo di andare alle anteprime. Mi pare che esca negli States in questi giorni, quindi non ho visto nulla. Sarò qui a Lucca, quindi niente.

Prima di tutto, sei interessato al film?

Ah, certo. Non vedo l’ora.

Sei stato informato del fatto che si tratta sostanzialmente di una parodia? 

Sì, mi hanno detto che è molto divertente.

Ho avuto modo di sostenere che Thor, in questo film, si impegna per regalarci la sua migliore imitazione possibile di Jack Burton, il protagonista di “Grosso Guaio a Chinatown”.

Ah, davvero? [ride]

Mi domandavo, ti fa – o farà – piacere vedere il personaggio che hai scritto per ormai sei anni in una sostanziale parodia?

Certo. Tutto quel che ho visto per ora sulla pellicola sembra piuttosto figo e non ho alcuna remora a ridere un po’ durante un film di Thor. Non ci vedo niente di male.

Infatti credo di poter dire che, in qualche modo tu abbia sempre trovato lo spazio per l’umorismo nelle storie sul personaggio, anche quando l’epica era ed è ai massimi livelli. Lo hai fatto anche con Wolverine, quando lo hai avuto sotto mano. Sono personaggi tutto sommato semplici da appesantire, sotto le tue cure hanno sempre trovato modo di essere anche divertenti e simpatici.

Be’, sono convinto che non dovremmo mai dimenticare che le storie di supereroi sono molto divertenti, o dovrebbero esserlo. Si può tranquillamente prenderle sul serio e trattare degli argomenti molto delicati pur mantenendole tali. Io mi sono innamorato di questo genere di fumetto quando ero un ragazzino e non vorrei mai perdere il contatto con quelle atmosfere e quel modo di leggere storie di supereroi. Quindi non importa quale sia il tono della storia, ci infilerò sempre qualcosa di divertente, qualcosa che ti faccia venire voglia di passare del tempo con il tuo eroe, se fosse una persona vera.

E poi non tutti i personaggi devono per forza essere tormentati. Ci sono alcuni che si godono esattamente quello che fanno. Jane Foster è l’esempio di quanto, pur avendo dei problemi enormi come il suo cancro, sia sempre una figata essere Thor.

Trovo interessante che parli di quando ti sei innamorato dei supereroi, dato che hai rinnovato moltissimo, soprattutto nel caso di Thor. Anche prima di dargli un’identità completamente diversa, hai cambiato molto e rinfrescato la sua mitologia pur rimanendo saldamente ancorato alla tradizione. Dove si trova il punto di equilibrio fra queste due tendenze apparentemente contraddittorie?

Mighty Thor #21, copertina di Russell DautermanNon so se esista il perfetto mix di componenti. Si tratta sempre di una sfida quando lavori sui personaggi Marvel. E bisogna fare esattamente quello di cui tu parli: onorare la storia che hanno alle spalle e trarre vantaggio dai cinquanta e passa anni di grandi avventure e di grandiosi autori che ci hanno lavorato per poi guardare avanti. Jack Kirby, Stan Lee e Walt Simonson ti consegnano dei giocattoli e dei concetti meravigliosi con cui giocare. Ma, allo stesso tempo non vuoi semplicemente prenderli e ripetere quanto hanno fatto loro. Il tuo dovere è portarli in altre direzioni. Personalmente credo di aver fatto proprio questo con Thor e Jane Foster.

Abbiamo visto un sacco di storie in cui qualcun altro si trovava in mano Mjollnir e prendeva possesso dei poteri del Dio del Tuono. Jane non ha fatto qualcosa di molto diverso da quei personaggi, ma per me la sua storia si connette allo spirito delle storie originarie di Thor, a un concetto centrale del 1963. C’era un dottore zoppo che, nella primissima storia, camminava in una grotta e trovava un martello magico con una incisione che prometteva una trasformazione. Questo tema è stato a lungo il perno del personaggio, poi è scomparso per parecchio tempo. Walt Simonson lo ha riportato in auge in pompa magna con Beta Ray Bill e più recentemente lo hanno fatto anche altri autori. E non dimentichiamoci che Jane stessa è un personaggio fondamentale della saga, con una lunghissima tradizione e enorme importanza.

Parlando invece di Wolverine, il personaggio di cui abbiamo parlato prima, credo sia corretto dire che in qualche modo tu sia stato il responsabile della componente da soap opera che in passato era fondativa o quasi delle store degli X-Men. Quando hai appunto scritto “Wolverine and the X-Men”, sei riuscito a creare una narrazione che tenesse insieme l’identità del personaggio di Logan – cambiato moltissimo negli anni ma sempre fedele a se stesso – e questa componente di trame e rapporti intrecciati. Qual è la versione del personaggio che hai amato di più?

Probabilmente si tratta del Wolverine di Frank Miller, vederlo combattere con samurai e ninja. Comunque è vero che ho lavorato molto sul personaggio e devo dire che una fetta importantissima della mia carriera è legata a doppio filo a lui. Ho iniziato a diventare famoso e avere successo alla Marvel proprio quando ho scritto Wolvie e l’ho avuto sottomano sia in storie in singolo che in gruppo. Una cosa che amo di lui è che contiene tanti personaggi tutti insieme: un cowboy, un samurai, un pazzo berserker, un assassino…

Una figura paterna.

Esatto. Persino quello. Lo è stato per Kitty, per Jubilee e altri ancora. Quindi puoi raccontare un sacco di storie diverse con lui e infilarlo in generi diversi. Mi ci sono divertito parecchio, fino a renderlo qualcosa di totalmente inaspettato, mettendolo nel ruolo di direttore della scuola fondata da Xavier. Farlo diventare un insegnante e un uomo di responsabilità è stato divertentissimo.

Da testa calda incontrollabile a figura di riferimento e normativa.

Esattamente. Ed è stata una gioia, per me vederlo in quel ruolo. Per circa cinque o sei anni ho scritto le sue avventure, e proprio in quel periodo mi sono sposato, sono diventato padre. Quindi credo che metterlo in quei panni sia qualcosa che mi è cresciuto dentro, perché la mia vita stava cambiando. Insomma, quando sei papà, non importa chi sei, cosa pensi e cosa fai per vivere, ma prima o poi diventi quel tizio scassapalle che deve dire a dei bambini quello che devono o non devono fare, di lavarsi i denti o pulire la loro stanza. Ed ecco che Wolverine diventa un preside.

Cambiando argomento, ieri sera ho letto il primo volume di “The Goddamned”, la serie che in Italia debutta proprio qui a Lucca. Mi ha spazzato via, perché è una storia davvero dura, anche più di “Southern Bastards”. Quel che mi ha colpito è che si parla moltissimo di Dio e del suo rapporto con l’umanità, un argomento che hai toccato spesso anche con Thor. Inoltre, per natura, quella di “The Goddamned” è un storia posta in un passato mitologico e inafferrabile, irraggiungibile, come quello di certi flashback sulla giovinezza di Thor che ci hai mostrato sulla serie negli anni scorsi. La domanda, quindi, è: c’è qualcosa di questa serie indipendente e durissima, violenta e senza compromessi, che è nato durante la scrittura delle storie di Thor ma non poteva trovare spazio su un fumetto Marvel?

The Goddamned vol. 1: Prima del Diluvio, di Jason Aaron e R.M. Guéra - Panini ComicsNo, a dire il vero no. “The Goddamned” è nella mia mente da un sacco di tempo. La primissima versione è nata assieme alla concezione di “Scalped”, attorno al 2005. Era già più o meno come quella che hai letto e non è cambiata moltissimo. Non ho aggiunto quasi nulla da allora, se non cambiando certi dettagli.

Non fu accettata all’epoca e mi è rimasta nel cervello. Ora l’ho riproposta ed eccoci qui. Io e R.M. Guéra volevamo lavorare di nuovo assieme su qualcosa di molto diverso rispetto a “Scalped”, e, spolverando vecchi file, ho trovato questa storia.

Ne ho parlato un po’ con degli amici, e credo sia stato Jason Latour a proporre “The Goddamned” come titolo. E gli ho dato retta.

Una cosa che mi è rimasta impressa dopo la lettura è la tragicità del personaggio di Caino: un infelice, condannato al tormento per il fatto che il mondo attorno a lui è corrotto a causa di una sua scelta. Di fatto si trova a lottare contro una corruzione che lui stesso ha creato. Sarà un tema centrale della serie?

Sicuramente è qualcosa che mi interessava moltissimo. Sono molto attratto dai personaggi profondamente feriti e tormentati, che portano dentro di sé un difetto fondamentale. Ma la prosecuzione della storia sarà molto diversa rispetto a questa. Ci saranno personaggi diversi, luoghi diversi e anche l’epoca cambierà un po’. “The Goddamned” è una serie che racconta storie differenti ambientate nello stesso mondo antidiluviano, ed è questa l’idea di base. Il secondo arco narrativo sarà molto, molto diverso.

Parlando di “Southern Bastards” e riconnettendosi a quel che prima dicevi su Wolverine e il legame tra le storie e la tua vita personale, c’è molto di autobiografico in questa serie. Sei tu stesso ad avvertirci di tutto questo, nella prefazione al primo volume, in cui racconti di essere cresciuto nel sud degli Stati Uniti e di amarlo almeno quanto lo temi. E allora, più in generale, quanto delle tue sceneggiature è frutto di quel che ti accade nella vita? Quanto ti piace prendere spunto da elementi autobiografici?

Un sacco. Non importa quale sia la storia o il suo genere, se sia realistica o meno. Credo che sia sempre responsabilità del narratore metterci dentro qualcosa di sé, in modo da essere in connessione emotiva con essa e permettere così ai lettori di investirvi emotivamente a loro volta. Non so se sia un mio limite o un mio pregio, ma non sono capace di scrivere pensando al mio pubblico: ogni storia che ho scritto l’ho realizzata pensando a me, a quel che mi sarebbe piaciuto leggere personalmente. Sono abbastanza fortunato da vederle disegnate da alcuni dei più spettacolari disegnatori del mondo, ma, in fin dei conti, sono soprattutto un lettore prima ancora che uno scrittore. E non posso far altro che sperare di scrivere cose di valore.

“Southern Bastards” segue le azioni della famiglia Tubb, ma è un fumetto estremamente corale, che restituisce una fotografia di una intera società e della sua identità. In questo senso, ha anche una possibile lettura politica. Ma c’è davvero? Si tratta di qualcosa di cui tu e Jason Latour eravate consapevoli?

Southern Bastards voll. 1 - 2, di Jason Aaron e Jason Latour - Panini ComicsCredo sia un aspetto che è cresciuto con il passare del tempo. La storia ora è diventata politica, ma non è nata per esserlo. Io e Jason ci siamo trovati un giorno a parlare di quello che avevamo voglia di raccontare assieme. Siamo entrambi del Sud e siamo entrambi dei fan sfegatati di football, un tema di cui non vedi mai granché parlare nei fumetti. In generale, non so se lo sapete qui in Italia, ma i tifosi di football sono estremamente litigiosi. E tutto è partito da questo: da lì ci è venuta l’idea di un allenatore che fosse anche un boss della mala.

Siamo partiti davvero da lì, dalle cose che entrambi amiamo e odiamo contemporaneamente dei posti in cui siamo cresciuti. Ci siamo concentrati molto sull’odio, e forse a volte perdiamo di vista l’amore che ancora proviamo per quei luoghi e la gente che ci vive. Ma vi assicuro che c’è. Amiamo la nostra terra natia, anche se ha un sacco di problemi.

In questo senso, forse, c’è un po’ di pessimismo sia in “The Goddamned” che in “Southern Bastards”, soprattutto nel primo volume. Entrambi hanno dei finali decisamente oscuri. Non hai paura di guardare nel cuore dell’uomo e trovarci l’oscurità. Contemporaneamente, c’è sempre una scintilla di speranza in entrambe le storie. Magari disillusa, ma presente. Caino, ad esempio, è il creatore dell’odio, ma c’è ancora amore, la memoria dell’amore dentro di lui. Parimenti, non tutti sono bastardi in “Southern Bastards”. Sei tu che sei sempre alla ricerca della speranza, anche quando mostri il male del mondo immergendoti profondamente in esso?

Sì, non mi sento una persona pessimista. Anche se “The Goddamned” è in effetti una storia piuttosto oscura.

E con un finale che ti spezza il cuore.

Sì. Eppure credo che ci sia anche tanta gioia in quel volume. Non tanto nella storia, ma nel modo in cui è rappresentata. Sono sempre stato un amante delle avventure che vedevano protagonisti gli uomini delle caverne, e sono andato alla ricerca di un tema che potesse essere sia una vicenda biblica antidiluviana che una storia di primitivi. Anche solo l’idea di vedere Guéra che si inventava modi per disegnare due tizi che si ammazzavano con dei sassi mi entusiasmava, la trovavo divertentissima. E spero che si senta nella lettura.

Certo, la speranza è che il primo volume di “The Goddamned” sia anche un pugno nello stomaco per tutti voi. Il secondo arco narrativo sarà più o meno uguale, in questo senso: c’è dentro una gioia bizzarra, avvolta in un clima oscuro. Doveva essere pessimista per forza, perché tutta la serie è ambientata in un mondo che sta per finire, dato che il diluvio è in arrivo. Ci si approssima alla prima fine del mondo della storia.

Sei un architetto dell’Universo Marvel tra i più importanti. Già da tempo, ma ancor di più oggi che Legacy è sopra tutti noi. Parallelamente, porti avanti i tuoi progetti indipendenti. Senti che questa situazione di compromesso tra il mainstream e il fumetto creator-owned sarà duratura, che sia quella che ti appartiene di più?

Marvel: Legacy #1, variant cover di Alex RossSì, decisamente. Ho sempre cercato di trovarmi in questa condizione, sin dai primi tempi. Si tratta del mio desiderio più grande. Non ho iniziato a scrivere storie di supereroi come ponte per poi passare a una carriera indipendente come tanti miei colleghi, e continuo a scriverne perché ancora mi piace moltissimo. Non voglio assolutamente dover scegliere tra loro e le mie creazioni indipendenti. Spero di non doverlo mai fare finché durerà la mia carriera di scrittore di fumetti. Ho sempre trovato sfide interessanti in entrambi, sia da scrittore che da lettore.

Inoltre, non escludere nessuna delle due cose mi permette di non aiutarmi. Non vorrei mai che i fumetti che scrivo fossero tutti simili tra loro. Voglio essere vario e originale e sono stato abbastanza fortunato da trovarmi sempre entusiasta di quel che la Marvel mi proponeva. Quindi, perché cambiare questo stato di cose? Sono esattamente dove ho sempre voluto trovarmi. E spero che vorranno permetterlo ancora a lungo.

Lo speriamo un po’ tutti. E, a proposito di qualcosa che avrebbe potuto durare di più, hai all’attivo una run su “Doctor Strange” che ho apprezzato tantissimo. Hai cambiato molto alcuni aspetto del funzionamento del personaggio, hai giocato con la sua personalità in maniera originale, hai fatto modifiche rivoluzionarie ai suoi poteri. Ma la tua permanenza è durata poco. Credo che, tra quelle targate Marvel, sia la più breve su una serie importante. Avevi qualcos’altro da dire? Ti sarebbe piaciuto averne l’occasione?

Sì, è così. All’inizio pensavo di poter rimanere più a lungo. Con “Star Wars” è successa la stessa cosa. Avevo piani più a lungo termine, ma ho dovuto fare spazio nelle mie giornate per portare avanti altri progetti e accogliere altre proposte. Con Strange, lo stesso: mi hanno fatto un’offerta a cui non potevo dire no e ho dovuto rinunciare a qualcosa, per poter lavorare al meglio.

Mi è già capitato in passato di trovarmi con troppo lavoro per dare il massimo e non voglio che si ripeta. Inoltre, più è importante la serie, più ho rispetto per il personaggio, maggiore è la pressione che sento, la voglia di fare bene. Non avrei accettato di scrivere “Strange” a mezzo servizio. E così ho lasciato. Non è solo una questione di ore al giorno dedicate a una certa storia, ma è proprio un fatto di spazio mentale da ricavare.

In questo momento, sono felicissimo della mia situazione lavorativa. Per la prima volta da quando ho preso in carico la serie, riesco a scrivere più di un numero di “Thor” per volta, consecutivamente. Credo di aver raggiunto un ottimo equilibrio.

 

Jason Aaron 2