Tintin in America, copertina di HergéPer la terza avventura di TintinHergé può finalmente portare il reporter belga in America – come già avrebbe voluto fare nell’episodio precedente – cedendo però alle richieste di propaganda giunte dal suo editore.

Dopo le ingenuità dei primi due volumi, lo sceneggiatore capisce che per allontanare le proteste e tratteggiare una cultura con maggiore rispetto è necessaria una fase di documentazione; il compito è più semplice, visto che la società statunitense è rappresentata in numerosi film giunti anche sul suolo europeo, attraverso i quali si sta diffondendo il mito della cultura americana, in seguito all’intervento degli alleati durante la Prima Guerra Mondiale.

Il reporter belga si trova ad affrontare Al Capone, che nel finale di Tintin in Congo si era rivelato il mandante delle aggressioni subite in terra africana. Qui il celebre gangster viene mostrato ancora in attività, anche se nel mondo reale è stato processato e incarcerato l’anno precedente; il criminale ha però ancora un incredibile fascino, sfruttato da lì a poco sul grande schermo da Howard Hawks con il celebre film Scarface.

Purtroppo la struttura del fumetto è ancora piuttosto discontinua e soffre della pubblicazione settimanale sulla rivista Le Petit Vingtième, con una serie di attacchi ai danni del protagonista slegati tra loro, quando si sarebbe potuto facilmente ricondurre tutto al celebre criminale.

Durante la visita a Chicago, Hergè può rappresentare e ironizzare sul proibizionismo e sul capitalismo che caratterizzano la società dei primi anni ’30, ma presto l’autore può spostare la narrazione in un contesto che ha molto più a cuore: le terre rurali dove vivono gli indiani della tribù Piedi Neri.

Pur facendo dei nativi americani una minaccia per Tintin, è evidente la rappresentazione rispettosa di questo popolo, anche attraverso una dura critica del trattamento riservatogli dalla società civilizzata che non li tiene in considerazione ed è disposta a devastare il loro territorio pur di poterlo sfruttare per ottenere petrolio.

A tal proposito è esaustiva e incredibilmente divertente la tavola in cui nel giro di poche ore una riserva indiana viene smantellata e rimpiazzata il giorno seguente da una metropoli già popolata: una surreale parabola dello scarso rispetto riservato ai nativi americani.

Anche Tintin in America è stato pubblicato inizialmente in bianco e nero, con il protagonista disegnato con uno stile ancora estremamente stilizzato; è in questa storia che Hergé gli disegna per la prima volta una bocca, comprendendo che il reporter ha necessità di elementi aggiuntivi per esprimere le sue emozioni e reagire a situazioni narrative più elaborate.

Nella rielaborazione a colori, l’editore – che in passato era già intervenuto sulla serie con discutibili idee politiche – costringe Hergé a rimuovere tutti personaggi di colore presenti nella versione originale. Gradualmente, però, l’artista riuscirà a liberarsi da questa dipendenza, e già il volume successivo mostrerà una trama più elaborata, concepita per vivere al di fuori del periodico belga.

 

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