Death NoteÈ di qualche giorno fa la notizia che Netflix produrrà un nutrito numero di anime (tra i quali spiccano i remake di Saint Seiya e Devilman); la piattaforma ha già un catalogo con diversi titoli di animazione giapponese e sembra essere sempre più interessata al panorama nipponico. Lo dimostra anche questo Death Note, film live action ispirato a uno dei manga di maggior successo degli ultimi vent’anni che in patria ha generato una serie animata, tre lungometraggi cinematografici, un serial TV, due romanzi e tre videogiochi.

Fin dall’annuncio del cast e dalla diffusione delle prime immagini, il progetto ha fatto parecchio discutere tra gli appassionati; non si tratta infatti di una fedele trasposizione del fumetto di Tsugumi Oba e Takeshi Obata, bensì un adattamento ambientato a Seattle con protagonisti americani, che dunque accantona le origini nipponiche per tentare di accattivarsi un pubblico occidentale.

Light Yagami è uno studente liceale che si ritrova tra le mani il Death Note, un quaderno in grado di causare la morte di una persona semplicemente scrivendone il nome sulle sue pagine. Il ragazzo comincia così a uccidere criminali e malviventi, affiancato dalla compagna di classe Mia, ma si trova presto a dover fare i conti con l’intuito del giovane detective L, pronto a fermare la sua crociata omicida.

Se il manga è un thriller psicologico a tratti verboso, la versione hollywoodiana è più un horror, genere ben noto dal regista Adam Wingard (You’re Next, Blair Witch); l’elemento investigativo è infatti ridotto all’osso e ci si sofferma con piacere sulla rappresentazione splatter della morte di ogni vittima.

Il risultato appare comunque godibile a chi non conosce l’opera originale grazie a un incipit accattivante e alla proposizione di alcuni dei passaggi più ispirati del fumetto. Il film si perde però nel terzo atto, dove, tra inseguimenti e svolte narrative non del tutto chiare (alcuni sottintesi sono però comprensibili a chi ha letto il manga), si arriva a un climax da B-movie caratterizzato da una slow-motion esagerata, una discutibile scelta di accompagnamento musicale, una recitazione non all’altezza e un eccesso scenografico. Quella che nelle intenzioni doveva essere la sequenza più emozionante di Death Note, risulta quindi involontariamente comica.

Chiaramente, l’operazione di “occidentalizzazione” ha tra i suoi obbiettivi quello di offrire allo spettatore la possibilità di immedesimarsi più facilmente nei protagonisti. Nel fumetto, Light è uno dei ragazzi più intelligenti del mondo, mentre in questo adattamento è un semplice liceale che vende i risultati dei compiti in classe e viene maltrattato dai bulli. Nel manga, Mia (Misa, in originale) è una gothic lolita con un atteggiamento per certi versi simile a quello di Harley Quinn: per rappresentare tutta questa bizzarria, nel film hanno deciso di renderla l’unica fumatrice della squadra di cheerleader. Per quanto riguarda L, non si può pensare di riproporre l’eccentricità del personaggio semplicemente mostrandolo in pose strampalate o mentre si ingozza di caramelle. In definitiva, si percepisce il desiderio di rendere più credibili i personaggi del film, ma purtroppo il risultato cade nello stereotipo tipicamente hollywoodiano, tanto che – per assurdo – risultano meno finte le controparti nipponiche, nonostante la loro caratterizzazione sopra le righe.

Death Note

All’interno del cast spicca il nome di Willem Dafoe, chiamato a interpretare Ryuk, il Dio della Morte che spiega a Light come funziona il Death Note. In realtà, per quanto suggestiva, la sua presenza appare quasi superflua in termini narrativi non influendo minimamente sul protagonista o sul corso degli eventi, nonostante alcune frasi sibilline lascino intendere che ci sarebbe qualcosa in più da approfondire. Quella di Ryuk è l’unica figura rimasta invariata rispetto al manga, ma per lo spettatore può risultare frustrante il modo in cui viene costantemente nascosta nell’ombra, stratagemma che vuole coprire i limiti degli effetti speciali; Dafoe è inoltre una scelta di casting perfetta, ma purtroppo la somiglianza fisica non viene sfruttata a dovere, mentre nel doppiaggio l’attore americano si diverte nel prestare la sua voce a un demone, ma senza cercare sfumature che vadano oltre l’interpretazione più immediata.

A chi non ha mai conosciuto le precedenti incarnazioni di Death Note, il prodotto targato Netflix può risultare appetibile, ma i lettori del manga e gli spettatori dell’anime saranno probabilmente molto meno clementi nel giudizio. Non si può imputare il risultato mediocre al poco tempo a disposizione per sviluppare la trama, visto che i giapponesi sono già riusciti in passato a realizzare un film che sintetizzasse in modo molto più efficace l’opera originale. Questo adattamento americano conserva infatti gli elementi fondamentali della vicenda, ma non approfondisce gli aspetti che rendono il fumetto tanto interessante: la questione etica dell’utilizzo del diario, ad esempio, non viene mai realmente affrontata, mentre è solo accennata la possibilità degli utenti online di scegliere le future vittime; un’occasione sprecata considerando che, oggi più che mai, questo elemento ha grandi potenzialità narrative, considerato il crescente potere dei social network.

Viene da chiedersi per quale motivo gli sceneggiatori non abbiano deciso di raccontare una storia originale dopo aver deciso di ambientare il film negli Stati Uniti: il manga racconta infatti che esistono più Death Note nel mondo e che alla morte di ogni proprietario il quaderno passa a un’altra persona. C’era dunque la possibilità di ideare una trama – idealmente ambientata nello stesso universo narrativo di quella originale – coerente con la mitologia creata dagli autori del manga, evitando così una rivisitazione occidentale dei protagonisti.

Quella che invece troviamo nell’adattamento filmico di Netflix è purtroppo una via di mezzo in cui vediamo un Light che Light non è, e dove ritroviamo eventi simili a quelli narrati nel manga ma senza alcuna valorizzazione.