Quando Peter Parker debuttò, nel 1962, era un ragazzino del liceo senza una vita sociale, terribilmente brillante, precoce genio della scienza, preso di mira da compagni e compagne, ma dal cuore buono e destinato a grandi cose, grandi dolori, grandi responsabilità e una vita complicatissima da eroe. Dacché ha debuttato al Cinema, Peter Parker è stato molto di tutto questo, tranne la prima di queste cose: un ragazzino. E Tom Holland, invece, ce l’ha restituito. Sam Raimi non aveva a disposizione un attore adatto all’uopo e, con Tobey Maguire fece il meglio possibile. Ma lo trascinò ben presto fuori dalla scuola per gettarlo immediatamente nel mondo esterno. Era Peter, ma non ebbe modo e tempo per essere quello delle origini. Men che meno Andrew Garfield che, al di là dei demeriti della scrittura dei film che lo videro protagonista, era troppo cool, troppo hipster, troppo bello per incarnare il “pavido Parker”.

Quindi grazie, Marvel, perché Spider-Man: Homecoming, invece, rimane a lungo tra i corridoi e le aule, con gusto suo e del pubblico in sala, riportandoci a Stan Lee e Steve Ditko, facendoci amare il Peter che accoglieva i lettori nelle pagine degli anni Sessanta. Ovviamente, aggiornato al presente e con tutta la forza dell’estetica e della cultura popolare di oggi. Di oggi e non solo, in realtà. Se pensate che Guardiani della Galassia sia il più grande omaggio della Casa delle Idee cinematografica agli anni Ottanta, non avete certamente torto, ma l’ode più sottile, profonda e meta-narrativa è qui, nelle classi di una high school di alto profilo di New York, che vede Peter e il suo circolo sociale, composito e interessante, percorrere le strade dei teen movie di trent’anni fa. Ci sono le sale di punizione di Breakfast Club, si respirano le atmosfere di Weird Science in alcune scene, si cita direttamente, sia tramite la regia sia tramite un cameo intradiegetico, Una pazza giornata di vacanza di Ferris Bueller. La nostalgia anni Ottanta è il presente e questo Spider-Man è altrettanto contemporaneo.

E viva il cielo. Perché Tom Holland è davvero un ragazzino dei giorni nostri, nel film. Ed è Peter Parker. Siamo tornati a dirlo e a poterlo dire, perché già lo pensavamo di Tobey Maguire. Questo è proprio il Peter che conosciamo e amiamo da sempre, una sua versione riconoscibilissima. Con una colossale, epidermica, paradossale sfortuna dei Parker; con la sua maturità pesantissima, che sembra schiacciarlo per terra, che ha occasioni su occasioni per dimenticare, ma che lo insegue come un’ombra; con le sue paure di adolescente, nascoste da parole, parole e ancora parole durante le azioni di combattimento.

Tom Holland è forse il miglior Peter di sempre ed è anche un vero Uomo Ragno. Il cui essere quindicenne è segnalato dalla sua smodata voglia di essere già un adulto, senza aspettare di averne i mezzi. Il film è chiaramente una vicenda di formazione, di accettazione della propria condizione giovanile, di comprensione del proprio ruolo, delle tappe della crescita. In questo senso, meraviglioso avere Tony Stark come contraltare: un tempo miliardario immaturo ed eterno ragazzino che ora si trova a sentirsi responsabile per qualcuno che, a differenza sua, è giustificato nella sua adolescenza. Chi ama, conosce e segue questi due personaggi del Marvel Cinematic Universe non può non innamorarsi della loro relazione. Anche perché Peter, che ne combina di ogni e non è certo privo di difetti, è soprattutto innocente, di una purezza d’animo senza compromessi o quasi, che ci era mancata molto.

Altrettanto difficilmente si può evitare di riconoscere nell’Avvoltoio uno dei cattivi più interessanti del cinema Marvel. Bella forza, alcuni diranno, data la carenza di antagonisti convincenti. Concordiamo. Ma resta la necessità di sottolineare come la semplicità, consegnata a un attore verissimo come Michael Keaton e declinata con uno sguardo attento e intelligente all’America di oggi e alla figura sociale che ne è attualmente protagonista, anche politicamente, ci regali un personaggio tutt’altro che monodimensionale, anche se non certo da antologia del cinema. Ma funziona alla grande, è ben interpretato e, soprattutto, ha il tempo e lo spazio per essere assolutamente rilevante all’interno della vicenda. Protagonista anche di una sorpresa ben riuscita.

Ci sarebbero tante altre cose da dire, a partire da un cast di comprimari molto funzionale, che si muove agilmente tra varie versioni a fumetti del Ragno. Ci sarebbe da discutere riguardo ad alcune scene in particolare, che ci hanno fatto onestamente sbellicare dal ridere, tutte giocate sull’ingenua innocenza del protagonista, di cui parlavamo sopra. Potremmo tediarvi con un’analisi delle scene più spettacolari, tutte quante convincenti, anche se solo poche memorabili. Da questo punto di vista, il film è assolutamente all’altezza, ma non ci siamo potuti esimere: fuori dal cinema abbiamo dato un abbraccio e un bacio a Sam Raimi, che senza nemmeno l’ombra della tecnologia visiva di oggi ha costruito i meravigliosi scontri tra Spider-Man e Octopus che ancora restano del tutto insuperati, forse il picco massimo non solo in casa Marvel, ma del genere supereroistico in assoluto.

Ma al di là di tutto questo, c’è una cosa da dire. Spider-Man: Homecoming è un gran bel film. Gli abbiamo voluto bene e abbiamo voglia di rivederlo all’istante. Non è il vertice dell’Universo Cinematografico Marvel, ma è senza dubbio uno dei suoi film migliori, più divertenti e più appassionanti. Del resto, Peter Parker, che vi piaccia o no, è ancora oggi il personaggio centrale della Casa delle Idee. Il più amato, il più famoso, quello con cui è più facile relazionarsi. La Marvel, con lui, ha parlato ai ragazzi della contemporaneità, del mondo di oggi e con il linguaggio di oggi. Lo ha fatto in maniera intelligente, senza ignorare chi ama il Ragno da sempre. A partire dalla musica che accompagna la classica grafica introduttiva. Quindi siamo usciti felicissimi dal cinema e siamo abbastanza certi che lo farete anche voi. Buon divertimento a tutti quanti. E, quando diciamo tutti, intendiamo davvero tutti.