A cura di Nicolò Carboni.

 

Chissà se fu un colpo di genio o un progetto pianificato. In ogni caso avrei voluto esserci, assistere al momento in cui Paolo Cavaglione – storico direttore di Topolino – e Ezio Sisto – direttore artistico delle pubblicazioni Disney Italia – si sono seduti attorno a un tavolo e hanno deciso di ribaltare sessant’anni di convenzioni fumettistiche italiane.

PK – Paperinik New Adventures, di cui oggi ricorre il ventennale (ventennale, mi fa venire i capelli bianchi solo a scriverlo) del primo numero zero, fu una rivoluzione, un cult, uno di quei momenti in cui la storia, grande o piccola che sia, del fumetto italiano è cambiata per sempre.

Cavaglione e Sisto sperimentarono l’impossibile, prendere i personaggi Disney e declinarli secondo le convenzioni dei comic-book americani. PKNA (ma pure l’ancor meno fortunato Mickey Mouse Mystery Magazine) fu il primo vero fumetto moderno edito e prodotto in Italia, un progetto quasi folle se pensiamo alle basi di partenza.

Da sempre i paperi sono i personaggi Disney più malleabili: Carl Barks aveva capito alla perfezione i limiti autoriali di Topolino e immaginando la famiglia Duck si sforzò di creare protagonisti molto più sfaccettati. Il massimo esempio è Paperon de’ Paperoni la cui grandezza – pure come personaggio tragico – ha visto la sua massima espressione in Life and Times of Scrooge McDuck di Don Rosa.

Anche il povero Paperino, però, non è da meno; Paperinik, creato negli anni ‘60 da Guido Martina e Giovan Battista Carpi, nasce come ovvia parodia di Diabolik e Batman ma, già dalle primissime storie gli autori non rinunciarono a un tratto quasi noir, chiamandolo “il diabolico vendicatore” e rendendolo un giustiziere impegnato a vendicare i torti subiti dal suo alter ego mondano. Successivamente la scuola Disney italiana lo interpretò più come un eroe sui generis, protagonista di avventure che facevano il verso al fumetto supereroistico classico.

PKNA riprese in parte il sotteso oscuro originario di Paperinik, caratterizzando le nuove avventure del papero mascherato con una vena ancor più adulta. Archiviati i trabiccoli meccanici di Archimede Pitagorico e i nemici da avanspettacolo, Pikappa si confronta con gli Evroniani, una razza simile agli Xenomorfi di Alien, con viaggi nel tempo e avversari davvero cattivi. Non cattivi nel senso di voler rubare qualche milione di paperdollari, cattivi che vogliono distruggere pianeti, modificare la storia o soggiogare l’umanità.

Sisto, Sisti, Faraci e tutto il PK Team sono riusciti a espandere la caratterizzazione dei loro personaggi fino al massimo limite, hanno approfondito Paperino, Lyla Lay, Uno e tutti gli altri senza deformarli e, soprattutto, senza rinunciare a un’impronta tipicamente disneyana. PKNA non era un fumetto Marvel con dentro i personaggi Disney, era il tentativo di ibridare l’ingenuità – a tratti stucchevole – della scuola italiana con i contributi dell’epica supereroistica. PK non si rivolgeva solo ai lettori di Topolino, cercava un nuovo pubblico, quello che oggi chiameremmo young adult.

Come tutte le operazioni d’avanguardia anche PKNA ha avuto alti e bassi, alcuni numeri cercavano troppo la risata facile, altri faticavano sia come disegno che come sceneggiatura. Tuttavia la serie ha portato nelle edicole alcuni dei momenti più struggenti dell’intera storia Disney. Il sacrificio finale di Xadoom che si trasforma in una stella per salvare il suo popolo e l’intera saga del Razziatore fondono alla perfezione la spettacolarità dei supereroi con i buoni sentimenti made in Burbank.

Un discorso a parte merita PK2 la seconda “stagione” (anche qui gli autori mostrarono un approccio visionario alla narrazione, anticipando di anni la serialità moderna) della saga. Meno amato del suo predecessore ma pure più sofferto sul lato narrativo e artistico, PK2 paga forse l’eccessiva ambizione del team: le storie narrate e in particolare i personaggi delle figlie di Everett Ducklair erano davvero troppo oltre per un fumetto Disney. La sequenza finale – ispirata in parte a Twin Peaks – in cui Korinna e Juniper cercano di uccidere il protagonista e il loro stesso genitore, sarebbe stata impegnativa pure per un fumetto Marvel. Figuriamoci per chi pubblicava gli albi dei Tre Porcellini. Voci mai confermate sostengono che PK2 fu ucciso da un ordine di scuderia arrivato direttamente dalla California. L’esperimento era andato troppo oltre, era giunto il momento di normalizzare tutto.

L’eredità di PK, però, è vivissima: nonostante le tristi traversie dell’ultima serie (di qualità molto più bassa rispetto alle prime due) e la chiusura dopo appena 13 albi di Mickey Mouse Mystery Magazine, fu grazie all’idea di Sisti e Cavaglione se nel 2001 abbiamo avuto W.I.T.C.H. e se oggi su Topolino possiamo leggere la versione a fumetti di Sulla Strada di Kerouac o l’ottimo Moby Dick disegnato da Artibani.

PKNA ha introdotto una generazione al fumetto “adulto”, guidando la transizione di molti appassionati dalle pagine rassicuranti di Topolino ai più impegnativi albi americani e orientali, inoltre, insieme a Don Rosa, Sisti e Cavaglione hanno confermato che i paperi sono tutto tranne che personaggi monodimensionali, buoni solo per le storie umoristiche. PKNA è stato uno squarcio che ci ha permesso di guardare, con vent’anni di anticipo, dentro al futuro del fumetto italiano. Tra qualche anno ripenseremo al numero zero di PKNA come oggi pensiamo a Una Ballata del Mare Salato di Hugo Pratt o al primo Dylan Dog di Tiziano Sclavi: un punto di svolta, uno di quei momenti in cui l’Italia ha saputo anticipare le tendenze artistiche anziché subirle.