Dopo le precedenti edizioni di Tunuè, BAO Publishing ristampa in un volume cartonato Perché ho ucciso Pierre, emozionante racconto autobiografico dell’autore francese Olivier Ka che, anche grazie ai disegni di Alfred, nel 2007 ha vinto il Premio del pubblico al Festival internazionale di Angoulême.

La prima parte è strutturata come un semplice diario d’infanzia, a metà tra Gian Burrasca e Le petit Nicolas, anche se il piccolo protagonista non è affatto un monello, dato che si limita a osservare quasi timidamente gli adulti e i diversi input culturali che cercano di trasmettergli. Da una parte ha una nonna cattolica e severa che insiste per avvicinarlo alla religione, dall’altra ha due genitori hippy decisamente più liberali e che lo portano in vacanza al lago con amici di famiglia abituati a nuotare nudi a stretto contatto con la natura.

In poche pagine viene riassunta la crescita di Olivier, anno dopo anno, con un disturbante ed enigmatico titolo che si ripete per ogni paragrafo: “Ho ucciso Pierre perché ho 8 anni”, “Ho ucciso Pierre perché ho 9 anni”… Inizialmente non si capisce bene il motivo di questo inquietante ritornello e ci si domanda chi sia Pierre, fino a quando il personaggio non entra in scena segnando la vita del bambino. La storia cambia gradualmente toni quando al giovane protagonista viene presentato questo prete fuori dagli schemi, un amico di famiglia che conquista in poco tempo la sua simpatia, fino a quando durante una colonia estiva non esercita un abuso nei confronti del ragazzo. L’ombra di quanto sta per succedere si fa spazio nella mente del lettore, che intuisce il prosieguo e in qualche modo spera che la vicenda possa prendere un’altra direzione.

Questa esperienza traumatica diventa inevitabilmente l’oggetto centrale del fumetto, che prosegue raccontando come quei pochi ma interminabili minuti abbiano segnato per sempre la vita di Olivier. L’autore ci racconta come è cresciuto, come si è rifatto una vita, come ha saputo trovare la felicità, ma l’eco del gesto compiuto da Pierre continua a risuonare nella sua mente e influenza le sue azioni e il suo rapporto con la religione. La narrazione assume inevitabilmente un’atmosfera meno spensierata e anche i momenti di vita quotidiana non hanno più la leggerezza delle prime pagine, visto che l’accaduto torna a spuntare nell’inconscio del protagonista, raccontato in modo realistico ed efficace, come solo chi ha vissuto un’esperienza di questo tipo sulla sua pelle può raccontare.

La terza parte è la più sorprendente ed emozionante, anche la più interessante dal punto di vista narrativo. Olivier Ka decide di tornare nei luoghi dove da bambino andava in colonia estiva, per accompagnare Alfred in una giornata di documentazione utile ai fini del volume che stavano realizzando; per alcune tavole il fumetto diventa un fotoromanzo in cui vediamo in soggettiva dei fotogrammi del viaggio in macchina verso la loro destinazione, stratagemma visivo che rafforza la sensazione di star sfogliando un reportage di qualcosa che è realmente avvenuto. Ma tornare nello scenario dell’accaduto per esorcizzare il passato sarà per l’autore una sfida molto più difficile del previsto, scoprendo realtà da affrontare che lo metteranno al cospetto di cosa ha significato per lui essere vittima di un abuso e come intende proseguire la sua vita.

Il fumetto da ricordo diventa così cronaca di una giornata vissuta proprio in funzione della sua stessa narrazione; la volontà di raccontare questa storia ha fornito a Olivier la sua conclusione, di certo inaspettata, e che non sarebbe mai stata possibile se l’autore non avesse deciso di esternare la sua esperienza. I disegni di Alfred sono ricchi di soluzioni grafiche adatte a veicolare le forte sensazioni del protagonista: si passa da disegni stilizzati utilizzati nelle sequenze più solari a tavole più espressioniste, con segni che si intrecciano e vignette che si inclinano, per tradurre visivamente il turbamento del giovane Olivier. Ma è proprio nel finale che le tavole si concedono alcune libertà e allontanandosi dal linguaggio fumettistico riescono a regalare i momenti più emozionanti; potrà sembrare assurdo, ma la sequenza più intensa di tutta l’opera è composta da una decina di pagine in cui non viene mostrato alcun personaggio, ma sono sufficienti i paesaggi della colonia estiva e le didascalie per restituire al lettore l’angoscia e il raccapriccio di un epilogo che, forse per pudore, si è preferito non mostrare.