Siamo abituati a vedere sportivi in grado di compiere prodezze sovrumane in fumetti e serie animate d’origine nipponica, dove i protagonisti eseguono gesti atletici straordinari sfidando la forza di gravità e le leggi della fisica. Inizialmente Max Winson è proprio questo, il giovane tennista sembra quasi One-Punch Man per quanto la figura del campione viene estremizzata, senza aver mai subito un punto in tutta la sua carriera. Il personaggio principale ha caratteristiche bizzarre, non manifesta apertamente le sue emozioni e sembra quasi un robot chiamato a giocare le partite che suo padre, il manager, ha in programma per lui.

Un giorno però questa perfezione sembra non essere più sufficiente e Max è affidato alle cure di un nuovo allenatore che, attraverso esercizi esagerati e inusuali che mettono a dura prova la sua tecnica, dovrebbe migliorare la sua abilità; è un passaggio narrativo dubbio, visto che non si capiscono le motivazioni per cui un tennista perfetto che non ha mai perso nemmeno una partita nella sua vita dovrebbe ritirarsi dalle scene per mesi alla ricerca di un’ulteriore evoluzione. Come se non bastasse, l’allenamento non dà i suoi frutti e ha anzi il risultato contrario: quando torna in campo Max sbaglia per la prima volta, la sua tecnica è diventata fallace e il giocatore attraversa un periodo di crisi.

Inizia così una fase centrale della storia in cui Max Wilson deve reinventarsi, dopo aver subito una grave perdita, mentre è braccato dalla stampa e dalle televisioni che sperano di ottenere uno scoop sulla star sportiva più popolare del pianeta. Il giovane protagonista troverà la complicità di una giornalista, che come i suoi colleghi vorrebbe scrivere una notizia sensazionale su di lui, ma gradualmente si rende conto che c’è qualcosa dietro quel ragazzone apparentemente freddo e distaccato, così decide di aiutarlo andando contro il suo tornaconto professionale. Ma in un ritiro forzato, lontano dalla società e dalle folle che vogliono sapere tutto di lui, Max troverà un nuovo motore in grado di riaccendere la passione per il tennis, facendogli scoprire un differente modo di giocare e dando una nuova strada alla sua carriera.

Il racconto di Jérémie Moreau acquista un significato più profondo se si analizza il lavoro dell’autore, che esordisce a otto anni nel mondo del fumetto e a sedici anni riesce a vincere il concorso di Angoulême; si può quindi immaginare che la storia di questo enfant prodige del tennis abbia degli elementi autobiografici, una metafora di alcune difficoltà che il disegnatore ha dovuto affrontare.

Max quasi non reagisce alle tirannie a cui è sottoposto per superare i limiti umani alla ricerca della perfezione sportiva, ma inizialmente è difficile empatizzare con lui, visto che pare quasi accettare la sua condizione senza esternare ciò che prova. La seconda parte del volume però prende un sentiero narrativo differente, e pur rimanendo un personaggio asettico si comincia a comprendere cosa gli passa per la testa. Il fumetto si immerge in uno scenario più bucolico, più intimo e può concentrarsi sul cuore dei personaggi, mostrando il tennis lontano dai riflettori per riscoprirne il fascino più profondo.

La trama di Max Winson ha una struttura strana, un ritmo altalenante in cui l’attenzione potrebbe calare durante il percorso, ma si riprende nella fase finale, con un climax catartico che trasmette un messaggio soddisfacente e congeda il lettore con un sorriso. Graficamente, Moreau mescola la linée claire del fumetto franco-belga con lo schema libero della tavola, il dinamismo e il bianco e nero caratteristici del manga. Non c’è una ricerca del realismo, i personaggi vengono stilizzati e caratterizzati con elementi particolari, come la capigliatura a stella del protagonista, e questo spesso sfocia in immagini poetiche e suggestive.