In questo momento, sugli scaffali delle nostre librerie, c’è un volume decisamente corposo, che ricorda un certo cinema dolente, rispettoso della nostra storia, che ha voglia di raccontare un’epoca che non c’è più e di farlo tramite il racconto di vicende personali di grande impatto emotivo. Il volume in questione è Maledetta Balena, di Walter Chendi. Si tratta di una lettura classicissima, dedicata a chi ama il fumetto italiano d’autore, perché racconta una storia che, per materia e strategia narrativa, non strizza l’occhio a nessuno, in qualche modo rifugge dal fumetto moderno e non fa altro che raccontare, piana e solida. Cosa ormai rara, in un’epoca in cui narrazione significa, quasi sempre, anche appello al lettore e atteggiamento postmoderno nei confronti del mezzo.

Giovanni è un ex soldato, più precisamente un vecchio marinaio, malato e stanco, evidentemente in fin di vita. Una vita la cui fine è quasi auspicabile, dato che si è ridotta a lunghi cicli di morfina e compagni di stanza vagamente percepiti. Eppure Giovanni era un uomo forte, un tempo, e quella forza se la ricorda. Il lettore sarà messo a parte di quel che resta, ancora lucido della sua memoria, di un trauma importante, potenzialmente disumanizzante, di un incarico su una bianca ed enorme nave, la “balena” titolo, di una situazione che prometteva pace e tranquillità e destinata, come spesso succede, a trasformarsi in una lotta per la vita. Non per la sopravvivenza, ma per la vita, per l’occasione di riappropriarsi di se stessi, di riprendere il cammino, di tornare ad essere uomo. Chissà, addirittura felice, fin quando sarà concesso.

La “balena”, la nave Kosbörg, che si propone come una sorta di pausa, un rifugio dalla guerra che infuria tutt’attorno, è il teatro dell’azione di questo fumetto dal passo lento e regolare, che si prende il suo tempo per raccontare tutto quello che serve, per non saltare nessuno dei particolari di cui si nutre, per illustrare fino in fondo il punto di vista di un protagonista che si fa anche narratore. Un narratore non sempre lucido, non sempre affidabile, annebbiato dagli anni e dalla malattia, ma che ricorda bene i segreti che la Maledetta Balena nascondeva, il tesoro che custodiva gelosamente, la scoperta che ha svelato a Giovanni al termine degli scontri e dell’avventura che lo attendevano nella carena della nave. Un’avventura comune, da persone normali, da soldato dai desideri semplici finito ad affrontare situazioni troppo grandi per lui, ma in grado di mostrare il coraggio necessario alla bisogna.

Chendi ci mostra, con una regia fortemente cinematografica, queste vicende da romanzo storico con uno stile ispirato senza compromessi alla tradizione della linea chiara. Non sempre le sue soluzioni visive, in termini di tratto e visione, colpiscono per coerenza ed efficacia, ma l’insieme risulta all’altezza e fornisce sostegno alla trama e all’idea di base: quella di un grande flashback di un uomo che tenta, al termine della propria esistenza, di ricordare la dignità di un tempo, strappatagli dagli anni e da un corpo e una mente che lo hanno tradito e abbandonato. Il cammino nella memoria di Giovanni ci rende spettatori di un momento di autoaffermazione fortissimo. Il ricordo dei giorni in cui il protagonista ha trovato la realizzazione di una vita, a dimostrato a se stesso chi fosse e chi aveva intenzione di essere è emozionante e coinvolgente. La forza del vecchio soldato, l’ostinazione con cui si aggrappa alla propria dignità e all’istante in cui se l’è guadagnata è toccante. Maledetta Balena è una bella storia, raccontata come, nel fumetto di oggi, quasi non si fa più. Con pazienza.