Tempo fa ho chiesto a Manuele Fior se fosse disponibile per un’intervista. Ne è uscita una lunga e interessante conversazione su Skype. Ho impostato le mie domande in modo da capire meglio il modo di fare fumetti di Manuele e come la sua esperienza di vita abbia inciso su questo. Mi piacerebbe che questo pezzo possa essere un piccolo faro per gli aspiranti fumettisti o per chi ha appena intrapreso questa carriera. Nel corso della conversazione abbiamo toccato diversi aspetti del suo percorso, dai viaggi all’estero agli studi e il lavoro di architetto, le trasformazioni avvenute nel tratto come specchio del suo modo di essere, il rapporto con gli editori e l’insegnamento. Anche quella che per me è quasi una novità, detto da un autore, cioè la considerazione del pubblico e la voglia di creare un dialogo con esso. Ok, non voglio spoilerarvi tutto, leggetevi l’intervista!

Ringrazio Manuele per la sua gentilezza e per la sua disponibilità e spero che in futuro ci sarà modo di riprendere la conversazione per espandere la conoscenza del suo immaginario.

Qui il suo sito: manuelefior.com

manuele fior

Ciao, Manuele e benvenuto su BadComics.it.
Vorrei cominciare quest’intervista focalizzandoci su un punto ben preciso: una delle tante cose che apprezzo del tuo lavoro è che riesci a mettere te stesso e le tue esperienze nelle tue storie (almeno, credo tu lo faccia), senza mai parlarti addosso ma scrivendo storie di ampio respiro. Nell’ultimo periodo c’è stato un boom di pubblicazioni di autori esordienti, il che è un bene per il mercato. Queste pubblicazioni però sembrano avere tutte la stessa direzione: “io che parlo di me stesso”. Quindi, il mio disagio, il mio voler fare il fumettista, il mio erasmus, la mia estate e via dicendo… Ho come l’impressione che ci sia un’incapacità di strutturare una storia interessandosi alle altre persone e al resto del mondo attorno. Probabilmente perchè questi ragazzi passano dalla scuola dell’obbligo a quella di fumetto, fino alla propria scrivania, senza avere il tempo di vivere delle esperienze, poterle interiorizzare e poi raccontare. Mi piacerebbe quindi approfondire il tuo modo di lavorare e come questo si sia evoluto dagli esordi ad oggi.

Manuele Fior – Beh, quando ho cominciato io non era così semplice essere pubblicati, anzi era decisamente difficile. Dovevi passare attraverso una sorta di gavetta, dimostrare di essere riuscito a costruirti una tua voce ed avere raggiunto un certo livello di professionalità che ti permetteva di fare il tuffo e mostrarti agli altri. Ora questa cosa è un po’ cambiata. È vero quello che dici tu, adesso si buttano nel mercato molti ragazzi che non sono pronti, cosa che per altro Igort* non ha mai fatto in Coconino. Per esempio ha rifiutato il mio primo libro, sul secondo mi ha detto: “Te lo pubblico, ma sappi che ci sono gravi lacune nella sceneggiatura e che non tollererò in un prossimo libro”.

* Igor Tuveri, in arte Igort è un autore ed editore, fondatore della casa editrice Coconino.

icarus

Per primo e secondo libro intendi i primi due pubblicati in Francia giusto?

Sì, il primo era Le Gens le Dimanche (Atrabile 2004) e il secondo Rosso Oltremare (in originale Icarus, Atrabile 2006). È chiaro che un giovane autore che si vede pubblicare un libro va in brodo di giuggiole. Quella di pubblicare autori acerbi però è una strategia editoriale che non paga nella lunghezza, soprattutto penso vada a danno dell’autore, che per due soldi mette sul mercato un libro che dovrebbe essere ancora meditato e editato. I lettori che si avvicinano al fumetto si trovano tra le mani delle opere premature e perdono fiducia nel linguaggio del fumetto stesso. L’autore può rallegrarsi d’avere cominciato, in realtà avrebbe dovuto continuare a studiare. In una parola si rischia di bruciare autori e lettori.

Per quanto mi riguarda ho cominciato con una testimonianza autobiografica, perché volevo distanziarmi da un certo tipo di fumetto che avevo letto fino all’epoca, quello americano o giapponese. Poi andava di moda in quel periodo il genere autobiografico, L’Association aveva pubblicato David B., L’Ascension du Haut Mal (in Italia Il Grande Male, Coconino), oppure Frédérik Peteers (Pillole Blu, Kappa Edizioni) e altri.

Però non mi ritengo molto dotato nel genere, più che altro mi scoccio perché tutto il materiale casca a terra molto velocemente se si limita a essere un resoconto della mia vita, deve sempre essere trasfigurato in qualcosa di magico o fantastico, nella finzione. Per cui negli ultimi anni salto tra passato e futuro per poi ripensare cose che fanno parte della mia vita.

Questa è una cosa che gli autori notano nel corso della propria esperienza. Non perché non abbiano vissuto qualcosa di speciale ma perché ci vuole talento per trasformare la vita di tutti i giorni in qualcosa di universale.

L’esperienza è però fondamentale a mio avviso, è difficile avere qualcosa da raccontare se tra una scuola di fumetto e l’altra non si è messo il naso fuori dal tavolo da disegno. Tu invece mi pare di capire che hai viaggiato parecchio.

cinquemila chilometri al secondoSì, il mio percorso si è aggomitolato per arrivare a quello che faccio ora. A casa mia non era ben visto il disegnare fumetti, mi sono state proibite le scuole d’arte. Abbiamo raggiunto come compromesso che io studiassi Architettura. All’inizio è stato molto difficile, ho passato un periodo di forte frustrazione con i miei genitori e con me stesso, però devo ammettere che gli studi mi hanno dato una sorta di pulizia mentale. L’Architettura poi spazia tra molti campi d’azione, da quelli più scientifici a quelli artistici. Nel ’98 mi sono trasferito a Berlino per l’erasmus e questo ha aperto una porta a molti altri lavori che sempre avevano a che fare col disegno, ho fatto anche il rilevatore di autostrade!

Il lavoro di architetto mi ha poi permesso di viaggiare tanto. Sono stato in Egitto e in Norvegia e questo percorso, questa digressione, mi ha dato tantissimo. Me ne sono accorto scrivendo Cinquemila Chilometri al Secondo, mi prudevano le mani per la voglia di disegnarlo. Ecco, a prescindere che si faccia un’autobiografia, fiction o che si racconti la storia del gatto, un autore deve avere questa caldaia a pressione, una pressione forte e nutrita. Probabilmente sì, adattandosi a un percorso standardizzato dove anche l’autobiografia diventa uno standard, questa pressione si abbassa e il risultato è quello che è. Poi, molto crudelmente, c’è una selezione naturale, tra dieci anni ci sarà uno sfoltimento tra chi disegna e chi no.

Non credi ci sia il rischio che un ragazzo che vede il proprio libro diventare un flop di vendite si abbatta e cominci a pensare che quella del fumetto forse non sia la sua strada?

Se pensa questo probabilmente non è determinatissimo. In Coconino, per esempio, se Igort ti pubblica fa una scelta su di te, sapendo che hai delle lacune, che ci vorranno degli anni per imparare a fare fumetto decentemente e per avere dei lettori. Ed è un lavoro in perdita nei primi anni. Se non hai uno Spiegelman o un Moebius tra le mani ci vorranno molti anni perché trovi la sua voce, perché creda in se stesso. È un lavoro importantissimo, non stiamo parlano di vendere pentole, parliamo di creare un parco autori. Il mestiere dell’editore dovrebbe essere anche questo, non solo stampare libri, ma stare accanto a chi ha il talento ma non ancora l’esperienza.

Igort è mai intervenuto sul tuo lavoro?

Dipende dai libri, per alcuni ricevo più editing in Francia, per altri in Italia. Igort ha seguito molto da vicino la creazione di Cinquemila Chilometri al Secondo, mi ha posto alcune domande, gli era piaciuto il finale. Io ho poi una maniera un po’ “segreta” di lavorare, non mi piace farmi seguire pagina per pagina, io lavoro e poi dico: “ho fatto questo, leggilo” e intanto scappo via! [ride]

La figura dell’editor è molto complessa. Non ho mai lavorato in Giappone ma so che lì l’editor è molto importante, ti pone domande in continuazione, ti stimola. In Francia invece è più blanda, l’editor si limita a evitare errori grossolani o di comprensione del testo.

Ho letto nella biografia, sul tuo sito, che tra i tuoi primi fumetti ci sono quelli scritti con tuo fratello.

Gabriella GiandelliSi, ho cominciato con delle storielle che scrivevo io, alcune le ha scritte mio fratello, ho fatto un sacco di tavole, alcune le ho proposte persino alla Marvel, avevo diciassette anni. Pensavo che la mia carriera sarebbe stata diversa. Nel 2000 poi è nata Coconino, avevo saputo di un’antologia che Igort stava mettendo in piedi e ne ho approfittato per riprendere in mano il fumetto che avevo abbandonato, adattando delle storie che aveva scritto mio fratello. Lì ho cominciato a credere che si poteva fare qualcosa. Anche perché alla fine degli anni ’90 non c’era niente. C’era Mano di Stefano Ricci, seguivo autori come Andrea Bruno o Gabriella Giandelli, ma poco altro.

Credi che il modo di concepire le tue storie sia cambiato da allora?

Non penso che sia cambiato enormemente. La storia è sempre un risultato, non un fine. È il risultato di un percorso grafico e di idee. Io non faccio lo storyboard, mi documento molto. Prima di partire, come dicevo, c’è molta pressione, molta voglia di disegnare. Continuo a scrivere parecchio durante la stesura del libro, anche perché nel tempo in cui disegni 10 pagine ne hai pensate altre 30. Vado avanti cercando di avere sempre un pezzetto di strada asfaltata di fronte a me. In questo senso non è cambiato moltissimo. Devo sempre sentirmi libero di disegnare, quindi dovessi sottostare a una sceneggiatura mi sparerei.

Ti capita di tornare indietro a rifare delle pagine?

Sì, assolutamente, ne ho appena rifatta una per il nuovo libro. Ai tempi di Cinquemila Chilometri al Secondo ne ho rifatte tante, proprio perché c’erano delle incoerenze, delle cose che erano cambiate. Ora ho un po’ più di esperienza e ho capito che quando c’è qualcosa che non va non devi tralasciarla, devi rallentare, magari passarci sopra una settimana, perché se tiri troppo veloce ti troverai in difficoltà dopo. In questo modo non butto via tanto materiale. Ne L’Intervista avrò buttato via una decina di pagine.

Hai un’idea di dove andrà a parare la storia? Del finale?

Ho dei punti che so che devo attraversare, degli snodi narrativi. Di questo nuovo fumetto non ho ancora il finale ma so che devo attraversare dei passaggi. So che ci saranno dei nuclei narrativi che prenderanno un certo spazio. A volte invece penso che ce ne saranno altri importanti, poi vado a disegnarli e mi accorgo che non portano a niente. Diciamo che vedo “un percorso nella nebbia”, più ti avvicini ad alcune cose e più cominciano a diventare definite, però quelle che sono lontane sono delle nuvole. Mi piace avanzare così.

l'intervistaTi preoccupi di quale sarà la reazione del pubblico alle tue storie o la reazione delle persone che ti sono vicine e che in qualche modo sono dentro la storia?

Per quanto riguarda la famiglia e gli amici certo, mi viene da pensare a cosa penseranno, ma creo un interruttore mentale che spengo, comincio a disegnare e quello che viene viene. Poi nelle mie storie non è che venga mai fuori niente di così scandaloso. Ad ogni modo se una cosa può fare rimanere male qualcuno, la dico lo stesso.

Mi fa ridere, una volta Bacilieri disse “i lettori non esistono!”, invece per me esistono. Certo, capisco quello che intende Paolo, è una buona attitudine. Ma i lettori esistono e più vai avanti facendo questo lavoro e più ti accorgi che ti leggono veramente. Si appassionano ai personaggi, alla storia, e questa è una cosa molto bella. Quando cominci a fare fumetti, li fai per te. Solo dopo ti accorgi che quelle cose le leggono anche gli altri. Adesso quindi ci penso sempre di più, se percepisco che c’è un certo interesse per un personaggio, ho voglia di soddisfarli, di continuare un rapporto con chi si è appassionato alla mia storia. È una cosa molto bella, una seconda dimensione del mio lavoro che comincia adesso e va oltre la soddisfazione personale.

Guardando tutto il tuo lavoro è evidente un grosso cambio di stile tra i tuoi primi libri, con un tratto molto più stilizzato, espressionista e gli ultimi che invece hanno delle figure e dei colori morbidi. Se penso a Manuele Fior mi viene in mente una donnina dal volto arrotondato, con gli occhi dolci e dai colori tenui. Hai percepito questo stacco o pensi sia dovuto a delle influenze?

Lo stacco c’è, io non l’ho percepito disegnando ma indubbiamente c’è. Quando ho cominciato Rosso Oltremare ero a Berlino, guardavo molte opere locali. C’era un disegnatore che mi piaceva molto, Atak. Aveva fatto un fumetto bellissimo: I Cani Sopra Berlino. Ora non fa più fumetto, fa illustrazione. Mi piaceva molto Mazzucchelli e le sue meravigliose storie brevi pubblicate su Rubber Blanket. Mi piaceva quest’attitudine un po’ punk e probabilmente mi serviva uno scossone per uscire da certe idiosincrasie del disegno. Avevo poi avuto un periodo in cui copiavo Mattotti. Sai, quando copi una cosa senza volerlo. Dici: “Adesso faccio un disegno mio” e ti esce fuori una copia di Mattotti. Tu però non lo vedi. Allora mi sono imposto una maniera per uscire da questa impasse.

Quando vedo le cose di Cinquemila Chilometri al Secondo ritrovo anche lì un tratto abbastanza tagliente che non ho più. Penso che il disegno, se fa parte della tua vita tutti i giorni, sia un testimone abbastanza fedele. Racconta dei cambiamenti tuoi, nel guardare la realtà. Quando ho cominciato La Signorina Else mi sono reso conto che la maniera per trattare il tormento di questa donna non era renderla ancora più isterica tramite il disegno, ma di fare una narrazione più velenosa, serpentina. Ho cercato quindi un tratto guardando a disegnatori che potessero ispirarmi in tal senso. Non mi ritengo un disegnatore eclettico, ho sempre cercato di disegnare il più sinceramente possibile. Dipende anche dallo stato d’animo, se un periodo sei più calmo e riflessivo non hai quella grinta che avevi quando cercavi di spaccare tutto. Mi piacerebbe, dato che sono diversi anni che punto a costruire un universo più riflessivo, passare a una nuova fase in cui ritrovo uno stile più giovanile, più di getto. Ma non posso fare altro che aspettare.

atak

Atak

C’è anche una grossa influenza Disney o sbaglio?

Sì, moltissima! Sono un fan sfegatato dei disegnatori Disney, sia quelli sulla carta stampata che dell’animazione. Carl Barks, Floyd Gottfredson, i Nine Old Men, Milt Kahl, Ollie Johnston, sono disegnatori che ho amato, che ho copiato e a cui mi ispiro molto. La classica scena di Medusa che si toglie le ciglia è il non plus ultra del disegno!

Leggi molti fumetti? Quali sono gli autori che segui ora e apprezzi?

World Apartment HorrorLeggo sempre molti fumetti. In questo periodo sto leggendo molti giapponesi, mi piacciono molto. Sto cercando di leggere tutto di Satoshi Kon, un autore conosciuto più per i suoi film d’animazione come Tokyo Godfathers o Paprika, ma che ha fatto anche dei fumetti meravigliosi. Ho appena finito di leggere questa collezione di storie che si chiama World Apartment Horror, realizzata da Kon assieme a Katsuhiro Otomo e Keiko Nobumoto: straordinario e c’è una storia di samurai che è pazzesca! Dei francesi mi piace molto David Prudhomme, Blutch chiaramente… mi piacciono molto gli italiani, Cattani, Neri, li ammiro molto… poi boh, ce ne sono una marea. Io ho una cartellina con dentro migliaia di immagini che prendo dal fumetto, la pittura, l’illustrazione, ed è su Dropbox, così la posso consultare da qualsiasi parte, quando ho voglia di vedere qualcosa. Sono un drogato.

È vero, ce l’ho anch’io e torna utile quando sei per esempio dal medico per riempire quelle ore d’attesa.

Si, oppure quando stai parlando con qualcuno e gli dici: “Sai quella copertina…” allora apri lì e gliela fai vedere.

Un mio amico ha questo televisore enorme collegato al pc e come salvaschermo ha delle immagini d’archivio che girano in continuazione. A tarda notte, quando siamo ormai stanchi, passiamo le ore come zombi a guardarle.

Stessa roba! Per cui penso che quella cartellina rifletta la mia condizione di adesso, quella in cui vedi un sacco di gente brava e cerchi di imparare qualcosa. Fino a un certo punto però, mi sembra di avere trovato la mia voce ormai, quindi anche quando vedo un autore fichissimo che sa fare bene una cosa, so che io quella cosa non la so fare. Un grande traguardo di un autore è riuscire a capire cosa uno sa fare, cosa non sa fare e lasciar stare quello che non sa fare.

Tu insegni?

Qualcosina, ogni tanto. Ora devo fare un workshop alla scuola di Angoulême… sono impegni saltuari, non vorrei farlo come mestiere, ma se capita lo faccio volentieri.

manuele fiorCome sono impostate le tue lezioni, sono più tecniche o più sul mestiere dell’autore?

Quello dipende dal tema del workshop. Ho fatto delle cose di illustrazione quindi più tecniche, anche se a me piace in realtà parlare più del fare fumetti. Di frequente faccio delle lezioni in cui si fanno tre o quattro pagine, tiro fuori dalla famosa “cartellina” una illustrazione, un dipinto e un fotogramma di un film e chiedo di tracciare una linea narrativa che passi tra quelle immagini. Soprattutto vorrei far capire che ci sono modi diversi di scrivere un fumetto da quello classico di buttare giù una sceneggiatura, a volte si può trovare un significato avendo due immagini accostate.

Ti ho fatto questa domanda perché anche a me è capitato di fare delle lezioni e se prima ero più focalizzato sulla tecnica, ora l’unica cosa che vorrei comunicare ai ragazzi è approfondire il loro racconto, la tecnica non va trascurata ma può anche venire dopo. Io ho fatto il Liceo Artistico e l’Accademia, ma potessi tornare indietro mi piacerebbe fare il Liceo Classico, per affinare il lato umanistico. Ritorniamo quindi al discorso dell’inizio, su quanto sia importante l’esperienza di vita.

Questa è una questione complicata. Se dici a un ragazzo di tirare fuori quello che ha dentro, probabilmente non capisce bene, e se anche lo capisce non riesce a metterlo su carta. Ogni tanto faccio dei corsi sul guache e mi dico: ma perché devo spaccare la testa a questo con la tecnica del guache quando vedo che non è il suo mondo? Però è vero che serve dare una chiave per trasmettere un’idea anche tecnicamente, il confine è molto labile.

A me piace molto la prospettiva, mi piace capire i vari effetti che possono cambiare con piccoli accorgimenti prospettici, i diversi punti di vista. Però vedo che per alcuni, questa è una vera catena al collo, li vedi che proprio fanno fatica. Per cui forse un buon maestro dovrebbe essere in grado di capire chi ha di fronte e cercare di aiutarlo per come è fatto lui. È chiaro che se hai di fronte un piccolo Keith Haring e cerchi di insegnargli la prospettiva, ti manda affanculo, ti riempie il foglio di pupazzetti e capisci che il suo spazio invece è piattissimo ed è quella la sua bellezza. Ad ogni esperienza che faccio cerco di correggere il tiro.

È stata forte la pressione dopo avere vinto il Fauve D’Or ad Angoulême?

No, pressione no. Ho girato parecchio. Chiaramente hai tutti gli editori che vengono da te, cosa alla quale non ero abituato da emerito sconosciuto quale ero. È stato un periodo molto intenso, con un sacco di soddisfazioni, ma ora il premio è sopra la mensola e non ci penso granché.

Un’ultima domanda: Cinquemila Chilometri al Secondo o L’Intervista? (Mi ero ripromesso di non fare odiose domande alla Bignardi ma non ho resistito)

Cinquemila è fatto col cuore in mano, L’Intervista più con la testa. Sono entrambi dei libri che amo ma, mentre Cinquemila è un’esperienza chiusa, L’Intervista è un mondo aperto, un universo che voglio continuare e su cui sto lavorando tuttora. Non è ancora dimenticato nello scaffale.

Grazie Manuele.