Non ingannatevi, appassionati di fumetti. La scomparsa, avvenuta nella notte, di Umberto Eco vi riguarda eccome. Coloro che hanno finito per leggere le storie disegnate con un certo occhio lo sanno da sempre, se lo sono ripetuto talmente spesso da averlo dato per scontato e, a volte, dimenticato. Umberto Eco è stato il primo grande intellettuale italiano riconoscibile, di spessore e anche di fama a parlare del nostro mondo con strumenti accademici altissimi e, contemporaneamente, capacità di arrivare al pubblico.

Negli anni, ha affrontato il mondo della narrazione sequenziale con lo sguardo di uno studioso di semiotica, la disciplina che si occupa di indagare la funzione dei segni in generale, delle singole unità in grado di portare significato a un messaggio di ogni tipo, le molecole di ogni linguaggio. Lo strumento perfetto per spiegare i meccanismi della Nona Arte, che del segno lasciato sulla pagina, sia esso quello delle lettere ingabbiate da nuvole e didascalie o quello del tratto dei disegnatori, proprio non può fare a meno.

Eco era poeta d’avanguardia, negli anni in cui ci avvertiva delle letture colte di Rasputin e di Corto Maltese, durante una perita analisi del capolavoro che va sotto il nome di Una Ballata del Mare Salato; era professore e docente quando definiva Charles Schulz un poeta, se poesia può essere trovata fuori dagli endecasillabi e dalle strofe di un componimento; era autore e narratore quando analizzava il mito di Superman e il supereroismo americano in generale in un lucidissimo contribuito, importante per ogni critico del nostro settore; era appassionato lettore quando lasciava che i fumetti entrassero a far parte degli elementi fondamentali del romanzo La Misteriosa Fiamma della Regina Loana.

Umberto Eco ha avuto, soprattutto, un enorme merito: riuscire a volare, con l’analisi e la trattazione della Nona Arte, al di sopra di molti, senza mai guardare dall’alto in basso la materia di cui si occupava. Trappola in cui sono caduti molti, prima e dopo di lui. Anche oggi che un certo tipo di storie e di volumi sono di gran moda, anche oggi che la cultura ufficiale se ne occupa con uno sguardo diverso, quante volte ci scontriamo con l’incomprensione e la sufficienza di chi, dovendo parlare di fumetto, inciampa nelle parole, si vergogna delle definizioni, cerca di inquadrarlo all’interno di schemi che gli sono più familiari, quasi si sentisse in dovere, futilmente, di elevare una storia fatta di vignette a dignità più alte? Se Umberto Eco avesse intervistato Gipi in televisione, non si sarebbe vergognato della parola “fumetto”, pur sapendone discutere con competenza e passione di molte spanne superiori rispetto a talune raffinate ed eleganti ex direttrici di giornali.

Di tanto e di molto altro ancora, all’indomani della sua morte, ci troviamo a ringraziarlo.