La sedicesima uscita di Dylan Dog Color Fest non verrà ricordata soltanto per il formato più snello, tre racconti invece dei soliti quattro, 96 pagine al posto delle canoniche 132 e un prezzo più contenuto, 4,50 Euro (gli insaziabili lettori della collana policroma dell’Indagatore dell’Incubo non devono temere, non avranno la razione ridotta nell’anno, ma aumentata: la periodicità passa infatti da semestrale a trimestrale).

Sono elementi importanti, doverosi da riportare, ma la novità più ragguardevole di questo brossurato concerne gli autori che hanno contribuito a realizzarlo, occupandosi in maniera completa di testi, disegni e colori. Parliamo di tre dei nostri fumettisti più eleganti, anticonformisti e visionari. Tre passi nel delirio è un titolo perfetto per l’albo in oggetto, un tuffo nella follia, una reinterpretazione e una prova di Realismo Magico.

Ausonia, alias Francesco Ciampi, firma la prima storia: Sir Bone – Abiti su misura. Come un sarto, è il caso di dirlo, l’artista fiorentino cuce magistralmente addosso al nostro Old Boy, un’avventura onirica, un viaggio in un inferno che ricorda in diversi particolari quello dantesco e che ci svela il segreto dietro al vestito sempre uguale che il protagonista indossa perennemente, come una divisa. La trama scorre agile, in bilico tra il fantastico e il macabro, e dà sfogo a uno sviluppo davvero originale. Per la parte grafica è difficile riferirsi banalmente alle sole vignette: ogni immagine è un minuto gioiello di tecnica e classe, legata alla precedente e alla successiva da un’impeccabile logica sequenziale.

Grick Grick, il secondo episodio, è opera di Marco Galli. Si cambia stile e ambientazione, ma non resa qualitativa. Il Nostro e la fidanzata di turno Genny, andata a vivere a Craven Road n. 7, sono svegliati nel pieno della notte da un digrignare di denti. Il fastidioso rumore viene emesso da un demone piombato all’improvviso nell’appartamento. Il mostro non sembra pericoloso ma è estremamente vorace e così grasso e impacciato da non riuscire a muoversi. Il suo molesto appetito mette in crisi la coppia e non manca il colpo di scena terminale. Anche in questo caso la compattezza e la curiosità del soggetto si riflettono nell’incanto delle tavole, espressioni pittoriche addizionate di balloon.

Chiude il volume la prova di Aka B, al secolo Gabriele Di Benedetto, che scaraventa la creatura di Tiziano Sclavi nel profondo di quello che appare un pozzo o una cisterna, ma privi d’acqua. In Claustrophobia i toni della narrazione si fanno asciutti, i dialoghi lasciano campo libero al monologo lucido e disperato di Dylan con se stesso e la propria memoria. Anche il tratto diventa essenziale, le sequenze minimali, dense di primissimi piani e di dettagli, per confluire verso la fine, quasi in esempi di Arte Moderna.

Tre passi nel delirio non è un gioco di sperimentazione, ci permettiamo di dissentire dalla definizione ufficiale datagli dagli addetti ai lavori, noi compresi, prima di sfogliarlo. Questo numero è una vera e propria chicca, annunciata dall’ammaliante copertina di Arturo Lauria. Vi consigliamo di non perderlo e ci auguriamo che Roberto Recchioni e Sergio Bonelli Editore facciano sì che non resti una formula unica e isolata.