Vi è mai capitato di decidere che un film vi piacerà al termine dei titoli di testa? A chi scrive non era mai capitato. Anche perché, dato che alcuni lo definirebbero, avventati, un critico di narrativa, l’operazione gli risulta scorretta per ragioni a lui evidenti, ai più preclare, a tutti comprensibili. Eppure la visione di Deadpool di Tim Miller coglie di sorpresa dopo soli due minuti, perché dei titoli di testa così ti inducono a pensare che ci sia una mente non necessariamente geniale, ma certamente dotata di un senso dell’umorismo perfetto per il personaggio a dirigere la versione cinematografica delle avventure del Mercenario Chiacchierone della Marvel. Come sono fatti i titoli in questione non è il caso di dirvelo, così come non si vuole e non si può raccontarvi nulla della trama e del contenuto di un film che deve ancora uscire. Ciò che possiamo fare è dirvi che siamo felicissimi di questa pellicola, e provare a spiegare perché in una recensione rigorosamente no-spoiler.

Deadpool non è il film della vita. Ma, del resto, difficilmente è mai stato il fumetto della vita. Deadpool è però la miglior trasposizione filmica di un personaggio supereroistico (non abbiamo alcuna intenzione di fare a Wade il torto di chiamarlo “supereroe”) di sempre. Ci sono parecchi cinecomics più belli di questo, là fuori, ma nessuno è mai stato in grado di prendere di peso dalle pagine di un fumetto un tizio in costume e riproporlo con tale fedeltà sul grande schermo. Non c’è niente da fare: quello che vediamo commettere massacri con leggerezza ostentata, dimostrare egoismo e libido a livelli fuori scala, entusiasmarci con una buona dose di volgarità e di ultraviolenza puramente intrattenitiva è proprio il Wade Wilson che da ventincinque e più anni allieta le nostre giornate più immature di lettori di comics. Applausi a Tim Miller, che è stato in grado di compiere il miracolo.

Come ha fatto? Ha diretto in maniera estremamente asciutta ed efficace una storia estremamente asciutta ed efficace, chiaramente progettata per non portare via spazio e tempo al personaggio che, in una pellicola del genere, doveva meritatamente essere il focus principale. Miller ha trasformato quello che avrebbe potuto essere un film su Deadpool o con Deadpool in un film per Deadpool, che permettesse a una delle personalità più forti della narrativa a fumetti degli ultimi vent’anni di emergere. Serviva un ritratto affettuoso, ammirato, irriverente e compiaciutamente action del Mercenario Chiacchierone e il regista ce l’ha consegnato senza la minima incertezza.

Si ride tantissimo e si ride a crepapelle. Si ride in continuazione, perché Wade non prende mai nulla sul serio, nemmeno il peggio di quel che gli succede. E gli succede davvero di tutto, cose belle o brutte che siano. Non smette davvero mai di parlare, trasformando, come quasi solo lui sa fare, questa caratteristica nel suo principale punto di forza. E, ovviamente, ci sono le rotture della quarta parete, proprio come in un fumetto. Anche in questo caso, la trasposizione è perfettamente azzeccata. La consapevolezza del personaggio di far parte di una storia si reincarna, da quella fatta di carta e vignette, in una più cinefila che gioca moltissimo con la carriera dell’ottimo (e si intuiva, ma l’applauso è doveroso) Ryan Reynolds e con il genere dei cinecomics in generale. Bravi, bravi, bravi alla 20th Century Fox, a concedere, si intuisce, carta bianca su volgarità assortite, doppi sensi di ogni genere, anche scene palesemente esplicite mostrateci con una leggerezza disarmante. Chiaro che non sia un film da mostrare ai vostri bambini, ma lasciate che i vosti figli quindicenni più sgamati lo vedano, soprattutto se avete un po’ di fiducia nella loro maturità. Ve ne saranno eternamente grati.

Tutto è equilibrato, al proprio posto, nei cento minuti che volano via in un’esperienza di adrenalina e sganasciamenti, perché ogni cosa è progettata per far brillare lui, la star. Abbiamo un protagonista ingombrante, logorroico, primadonna, malato di palcoscenico? Lasciamo che lo sia. Questo deve aver pensato giustamente Miller. Chi se ne importa delle ragioni per cui Ajax è quello che è e fa quello che fa: che siano semplici, classiche, rapidamente esaurite. Conta davvero il motivo per cui il divertentissimo e parodico Colosso è così clemente con i crimini di Wade? Testata Mutante Negasonica ha davvero bisogno di essere esplorata nella sua esibita adolescenzialità? No e no. Perché l’equilibrio di una storia di Deadpool ruota attorno a lui e solo a lui come un sistema solare attorno al suo astro brillantissimo. E, come abbiamo detto, tutto è equilibrato, in questo film a briglia sciolta. Tranne la bellezza di Morena Baccarin, che non solo allieterà gli occhi e i cuori di chi ama le donne, ma, come quella di Ryan Reynolds, presto perduta, è un fondamentale elemento di trama. I due attori principali sono bellissimi, come probabilmente non riusciranno ad esserlo mai più nella loro carriera, e la cosa non è assolutamente casuale. Bellissimi in termini di esibizione di sensualità da carta patinata, belli come divi, di una perfezione stilosa.

Che cosa rimane da dire? Che l’azione del film è frenetica, ma sempre chiara e meravigliosamente al servizio delle gag, a dimostrazione dell’ammirevole costanza con cui la storia riesce a evitare di prendersi anche solo vagamente sul serio. Eppure, in tutto questo, Deadpool riesce a evitare di essere una parodia. Esattamente come il personaggio a fumetti non cade, se non raramente, nella tentazione di scimmiottare i colleghi in costume per strapparci una risata, altrettanto succede qui. Sin da subito ci si rende conto di star guardando un’altra cosa, che non c’entra molto con tutte le altre storie di questo genere che ci sono state regalate, belle o brutte che siano. Deadpool non è la parodia di un supereroe, ma è Deadpool: un totale idiota che ha ricevuto in dono l’occasione di esserlo senza conseguenze. E, diamine, se ha deciso di godersela.