Sono in tantissimi a essersi interrogati nel corso degli anni sul successo di The Walking Dead, fumetto prima e serie TV poi, entrambi nati dalla fertile mente di Robert Kirkman. E altrettanti hanno provato a dare la propria risposta, ognuna forse egualmente valida. Cosa rende questa storia diversa e forse migliore di tutte le altre che su svariati medium hanno proposto racconti horror nei quali la minaccia all’umanità è rappresentata da un’apocalisse zombie?

Una delle soluzioni maggiormente gettonate è quella che vede nei personaggi (umani) il punto di forza di The Walking Dead. Insolito, di primo acchito, che in un franchise il cui titolo è letteralmente “i morti viventi”, i protagonisti siano antiteticamente i vivi, magari “morenti” nel corso della storia (abbiamo assistito, nel tempo, a diverse morti eccellenti, sia tra i “buoni”, che tra i “cattivi”). Dunque, per Kirkman il risveglio dei morti, ritratti canonicamente come zombie affamati di carne umana il cui morso è causa di irrimediabile contagio, sembra fungere quasi da pretesto per raccontare l’essere umano e quello che l’umanità stessa è destinata a divenire di fronte a una situazione distopica. Potremmo asserire che gli zombie in The Walking Dead altro non sono che un MacGuffin, per utilizzare un termine cinematografico caro a tanti (in primis, al grande Alfred Hitchcock) che sta a rappresentare un “motore virtuale e pretestuoso dell’intrigo”, un mezzo arbitrario per raggiungere una meta, cioè quello che si vuole raccontare.

Nel corso dei tanti anni di vita di The Walking Dead abbiamo incontrato moltissimi personaggi, finendo per amarne alcuni e odiarne altri, per piangerne i decessi o gioirne per le vittorie. A partire dal protagonista assoluto e indiscusso dell’opera, quel Rick Grimes che, da semplice ufficiale delle forze dell’ordine della “suburbia” americana, è finito per diventare uno dei leader più carismatici e decisi di ciò che resta della razza umana. Invero, Kirkman è stato abile a “costruire” sì un main character spettacolare, ma a non fare di questo l’unica colonna portante del suo racconto: al fianco di Rick abbiamo visto (e vediamo tuttora) nascere e crescere svariati co-protagonisti, sia tra le fila degli alleati che tra quelle dei villain. Non crediamo di asserire qualcosa di irragionevole se diciamo che forse, paradossalmente, adesso (o in un prossimo futuro) l’opera potrebbe continuare a esistere e a godere di ottima salute se dovesse venir meno Grimes. E magari un giorno l’autore ce lo dimostrerà.

I personaggi, si è detto. Sono proprio alcune tra le figure di maggior spessore i protagonisti dell’albo The Walking Dead – Speciale Piccole Storie, che raccoglie quattro racconti speciali dedicati ad altrettanti personaggi del fumetto: Michonne, Tyreese, Morgan Jones e il Governatore. In queste storie brevi firmate dagli autori regolari di The Walking Dead, lo stesso Kirkman ai testi e Charlie Adlard alle matite, torniamo indietro nel tempo, ai primi giorni nei quali, inspiegabilmente, i morti avevano iniziato a camminare tra i vivi.

Scopriamo, dunque, come la tenace Michonne ha trovato la sua iconica katana, come pure l’identità dei suoi particolari compagni di viaggio (con i quali l’abbiamo incontrata la prima volta); le prime decisioni del coraggioso Tyreese volte a proteggere sua figlia Julie; l’importanza della famiglia di fronte alla fine del mondo secondo Morgan; e infine l’inizio dello spietato cammino che ha reso Brian Blake il primo, grande avversario umano di Rick Grimes e compagni.

Quattro piccole storie, non per questo prive di profondità, che guardano a un passato non così remoto ma che sembra allo stesso tempo molto, molto lontano. Racconti malinconici su alcuni personaggi che non ci sono più e altri che hanno ancora un cammino davanti a loro. Una lettura piacevole, estemporanea e rapida che permette al lettore di mettere qualche ulteriore tassello al posto giusto, fornendo nuove prospettive a una grande saga a fumetti che rimarrà certamente nella storia.