Qual è la chiave dell’attuale generazione? La domanda starebbe meglio senza risposta. Non è bello generalizzare, poiché l’operazione è un errore di per sé, ma consapevoli del rischio ci sentiamo di proporre l’incertezza come riassunto parziale e sin troppo popolare dal punto di vista mediatico dei trentenni di oggi. Ci sentiamo molto in colpa. Sia per il riassunto parziale che per la parola “trentenni”. Molto più bravo di noi a fotografare la contemporaneità e i suoi abitanti è, per fortuna, Noah Van Sciver. Non è molto noto, da noi, questo bravissimo artista underground della scena newyorkese, ma con il suo Saint Cole, la prima opera a sua firma in cui ci capita di inciampare, edita da Coconino Press – Fandango, ci ha colpiti dove fa male, al basso ventre, senza pietà.

Con malefica asciuttezza, ci racconta la storia di Joe Saint Cole, prossimo ai trenta, cameriere, sposato con prole. Innamorato? Forse un tempo, forse ancora, certamente annoiato. Bravo padre? Non gli manca l’affetto, ma un padre è un’altra cosa. E il lavoro, come va? In odor di promozione, Joe piace a tutti, ma non è certo quel che potremmo definire un impiegato modello, non è abbastanza professionale. La sua vita ha chiaramente preso una direzione imprevista, che non era la sua. Lui non ha avuto la forza di cambiare rotta e adesso fatica a mantenere quella che il destino gli ha imposto. Joe è in trappola, ma non vuole ammetterlo, perché se lo facesse dovrebbe guardarsi davvero allo specchio e confessare a se stesso i propri fallimenti. Ed è dura.

Joe è chiaramente un debole, ma probabilmente non è privo di talento. La sua esistenza sembra preda di un vortice, destinato a trascinarla sempre più verso il basso, in una spirale depressiva inarrestabile e descritta passo dopo passo, occasione mancata dopo occasione mancata, in una sequenza terribile di conferme dell’inettitudine alla vita del protagonista. Il fatto che Joe sia anche una persona di buon cuore, oltre che un irresponsabile, che sia una vittima e non solo un vittimista, è il gancio emotivo che ci trascina giù assieme a lui, a cui il lettore abbocca per sprofondare negli abissi di questa graphic novel.

Visivamente, Saint Cole è classicismo underground allo stato puro. Linea incerta, pochi particolari, espressionismo minimalista, niente effetti speciali. Van Sciver si limita a quel che gli serve per raccontare, non vuole stupire nessuno, non va in cerca di ambientazioni grafiche surreali, ma disegna con poco l’essenziale. Tutti sono brutti, persino le persone belle, in questa storia. E chi è brutto risulta sgradevole senza essere orripilante, come nella vita normale.

Perché la cosa sconvolgente è che Joe è un tipo normale, come ce ne sono tanti. Di fronte abbiamo un everyman più sfigato degli altri, ma non tanto più sfigato… non così tanto da dover faticare a riconoscersi in lui, da pensare che sia impossibile trovarsi al suo fianco dopo solo un paio di svolte sbagliate nella nostra vita, di scelte appena più idiote di quelle che abbiamo fatto o che faremo. Soprattutto, Joe è vittima dell’incertezza di cui abbiamo parlato all’inizio, di quella cosa che non ti fa mai scegliere, perché non sai chi sei, non sai cosa vuoi e ti trovi a delegare a procrastinare, in attesa di un’epifania che non arriva mai. Nel frattempo, la vita sceglie per te, quasi mai preoccupata di quel che vuoi, di quel che pensi e di chi sei.

Nota finale. Saint Cole piacerà un sacco ai fan di Daniel Clowes, ma consigliamo a tutti di leggere questa storia di disperazione da parte di un giovane autore che ha saputo farci male e incuriosirci moltissimo.