Dopo aver lavorato negli anni ’90 per la Dreamworks, l’animatore Claudio Acciari ha iniziato a realizzare sul proprio canale YouTube alcune sigle di serie animate fittizie, un accorato omaggio agli anime anni ’70 e a come questi venivano proposti in Italia. Una di queste idee è stata sviluppata dallo stesso autore e pubblicata all’interno in un volume dal quale traspare la sua passione per l’animazione di quel periodo; c’è una forte identità in quest’opera, sia nella sostanza che nella forma, nel “cosa” quanto nel “come”.

Cosa. Meka Chan racconta la storia di una misteriosa ragazza proveniente da un altro pianeta, dotata di una forza sovrumana e senza alcun ricordo del suo passato; arriva sulla Terra atterrando nel cortile di un anziano pittore, che si prende cura di lei e cerca di insegnarle come vivere tra la gente. Il corpo di Meka Chan è dotato di una caratteristica particolare: ogni sua azione nei confronti delle altre persone può modificarlo, evolvendosi lentamente in qualcosa di diverso. La trama, i personaggi, il ritmo narrativo e il character design riportano alla mente l’Hayao Miyazaki più avventuroso, quello di Conan, Laputa e Lupin, con qualche elemento di Leiji Matsumoto e Osamu Tezuka. La sceneggiatura e i disegni potrebbero benissimo essere stati realizzati 40 anni fa da qualcuno di questi grandi nomi nipponici, e se sulla copertina non svettasse un nome italiano sarebbero riusciti a fregarci facilmente.

Come. Meka Chan è un prodotto difficile da catalogare. Non è un fumetto, almeno non come lo consideriamo oggi. Ogni tavola è composta da 12 vignette di piccole dimensioni, con la didascalia o le battute sotto di esse, sullo stile dei fumetti privi di balloon che un secolo fa venivano pubblicati sul Corriere dei Piccoli, come Il Signor Bonaventura. Quindi esiste un precedente definito “fumetto”, anche se non è di certo quello il modello inseguito: l’intenzione è di ricreare un simil-storyboard che attraverso la selezione di alcuni fotogrammi sia in grado di raccontare la storia, trasmettendo l’idea generale di come il prodotto dovrà poi essere animato. Il risultato è stato raggiunto, la sensazione è proprio quella, soprattutto grazie al meccanismo per cui il compito di riempire gli spazi bianchi tra una vignetta e l’altra è lasciato al lettore, che si immagina il movimento e in questo caso può creare mentalmente l’intero prodotto animato suggerito dall’operazione stessa. In coda al volume ci sono ipotetici poster e studi dei colori, per rafforzare la sensazione di avere in mano un “contenuto speciale” di una serie animata che in realtà non c’è. Paradossalmente è anche presente uno studio per uno sviluppo di Meka Chan sotto forma di fumetto, visto che questo prodotto non può definirsi tale.

Come definire dunque il volume pubblicato da BAO Publishing? È uno storyboard coi dialoghi, un esperimento che, per essere apprezzato appieno, chiede alla creatività del lettore uno sforzo superiore a quello di un fumetto “normale”, sollecitando l’allestimento mentale di un cartone animato ricco di colori, colonne sonore, animazioni ed effetti speciali. Il rimando a quelle opere anni ’70 è dichiarato e per chi è cresciuto con quelle serie non sarà difficile arrivare là dove Acciari lo vuole accompagnare passo dopo passo. La perplessità su Meka Chan, in quanto prodotto completo venduto sul mercato, è la cura con cui sono realizzati i disegni all’interno dei singoli riquadri: tutta l’opera è in bianco e nero, con tratti quasi abbozzati, personaggi stilizzati di cui si evidenzia soprattutto l’espressività in quella singola scena, fondali accennati soltanto con qualche linea minimale. Così sono gli storyboard e ne abbiamo visti a decine di questo tipo, ma ci sono stati proposti come materiale extra di un prodotto home video finito, uno sguardo indietro nel tempo a come un progetto è iniziato, per confrontarlo poi con l’evoluzione successiva. Qui invece ci dobbiamo accontentare di vederlo così, senza step produttivi successivi.

Se questo volume fosse un pitch da proporre a uno studio d’animazione per convincerlo a realizzare una serie animata o un lungometraggio su Meka Chan, sarebbe efficace e molto probabilmente riuscirebbe nel suo intento. Ma non si può ignorare il fatto che sia stato proposto in questa forma a un pubblico, perciò una maggiore cura dal punto di vista estetica era necessaria: nelle illustrazioni Acciari dimostra di essere in grado di fare disegni “finiti” raffinati e di maggior impatto e ciò porta a chiederci perché tutta l’opera non sia stata realizzata in questo modo. Con questo risultato meticcio l’impressione è quasi quella di un “vorrei ma non posso”, con un autore che preferisce proporre questo lavoro realizzato in autonomia piuttosto che avventurarsi in una produzione più complessa che coinvolgerebbe un team di animatori.