Nel 1967 il sedicenne Antoine trascorre l’estate in compagnia del padre, ma ignora che un match di tennis innescherà una sequenza di eventi tale da immergerlo in un mistero destinato a ossessionarlo per anni. Nonostante la rivalità sul campo di gioco, Antoine stringe amicizia col suo avversario Erik, con cui trascorre le settimane successive tra feste di paese nella provincia francese, vestiti anni ’60 e ragazze amate sulla spiaggia. Mentre il giovane protagonista vive alcune tappe fondamentali della sua adolescenza, inizia a prendere forma un puzzle degno di un film di spionaggio.

Non è un caso che il titolo sia L’Estate Diabolika: l’autore sfrutta il celebre ladro creato dalle sorelle Giussani come simbolo di ciò che i ragazzi si trovano a vivere. Il fratello maggiore di Erik ha una collezione di albi di Diabolik e sfogliandoli si possono trovare criminali, avvincenti corse in Jaguar, sensuali donne straniere… chi potrebbe immaginare che qualcosa del genere possa avvenire anche nel mondo reale? Eppure Antoine ed Erik presto scoprono segreti dal passato dei loro genitori e si accorgono che alcune figure sospette si aggirano in paese.

La prima parte del volume è permeata da questa atmosfera vintage in cui si cerca di mettere assieme i tasselli del mosaico con scarso successo, perciò durante la lettura ci si concentra maggiormente sulla crescita personale del protagonista. Ma a metà del fumetto c’è una cesura rappresentata da un salto temporale di vent’anni che ci mostra Antoine adulto, pronto a tirare i fili di quell’enigma che lo ha perseguitato sin da quell’indimenticabile estate.

Il motivo di questa divisione è presto spiegato: la prima pubblicazione de L’Estate Diabolika conteneva soltanto la prima parte, visto che la prosecuzione dell’indagine scaturisce dall’incontro tra l’autore e un personaggio avvenuto alla presentazione di un libro, come raccontato nel fumetto. Alcuni particolari svelati permettono ad Antoine di riallacciare alcuni fili rimasti a lungo sospesi ed è bizzarro pensare alla prima metà del fumetto proposta al pubblico senza alcuna avvisaglia di un seguito, poiché è nella seconda parte che tutto viene svelato e si ha una risoluzione più che soddisfacente.

L’approccio grafico di Alexandre Clerisse è minimalista, con tratti stilizzati e una colorazione piatta che ricorda Warhol e l’estetica anni ’60. È perciò adatto per accompagnare la sceneggiatura di Thierry Smolderen, un feuilleton a fumetti che intreccia l’arrivo della pubertà con un intrigo da guerra fredda, senza nascondere minimamente le origini autobiografiche della vicenda.