Arriva finalmente in Italia, grazie a BAO Publishing, la nuovissima serie Image Comics scritta e co-creata da Kelly Sue DeConnick, una delle figure femminili più influenti del mondo del fumetto americano moderno: Bitch Planet. Realizzata assieme alla disegnatrice (e co-cretrice) Valentine De Landro, il fumetto narra una storia di fantascienza, impregnata però da tematiche sociologiche quantomai attuali.

La trama si svolge in un futuro prossimo quanto alternativo, appartenente a una realtà distopica nella quale il genere maschile è riuscito a sottomettere in maniera chiara e manifesta quello femminile. Cosa c’è di diverso rispetto alla nostra realtà? Questa domanda potrebbe facilmente balenare nella mente di qualche attento lettore, o lettrice. Semplicemente, in Bitch Planet il sesso femminile, o perlomeno una buona parte della popolazione mondiale dotata di cromosomi XX, viene trattato alla stregua di un bene di consumo, e sembra quasi come se nessuno si faccia problemi a riguardo. La prova tangibile di quanto asserito è letteralmente grande come un pianeta, il “Bitch Planet” menzionato sin dal titolo. Per l’esattezza si tratta dell’Avamposto Detentivo Ausiliare, una prigione situata nello spazio, nella quale vengono rinchiuse “pericolose” detenute, che di fatto sono spesso vittime impotenti di un sistema marcio e corrotto.

Protagonista di Bitch Planet è Kamau Kogo, ex-atleta dalle incredibili capacità e con un passato misterioso, la quale è detenuta presso l’A.D.A.. Quando la donna si erge (vanamente) in difesa di una sua compagna, viene notata da chi tira i fili del sistema dietro uno schermo e viene scelta come volo principale della nuova “fase” della vita di queste prigioniere. Sulla Terra, infatti, la popolazione è vittima più che mai della mania dei reality show, divenuti fonte d’intrattenimento di massa imperante: in particolare, vi è un gioco che la per la maggiore, conosciuto come Megaton, o più comunemente Duemila. Questo è sostanzialmente simile al football: due squadre giocano una partita nella quale lo scopo è quello di portare la palla in meta; non vi sono grosse restrizioni di sorta, a parte quella che i componenti della squadra (di numero non specificato), non devono superare complessivamente i novecento chili di peso. Kamau avrà quindi il compito di formare una squadra di detenute, per partecipare al gioco. Dietro la protagonista e le sue compagne di cella e di squadra vi sono però motivazioni ben più importanti di un semplice gioco con la palla, e, a poco a poco, ci verranno forniti sempre più indizi che andranno ad ampliare sempre di più un universo narrativo molto ramificato.

Una degli elementi che ci ha fatto apprezzare maggiormente il primo volume di Bitch Planet è che, leggendolo, le aspettative e il gradimento crescono esponenzialmente con la progressione della storia. Non che vi fossero grandi dubbi aprioristici, dato che la DeConnick ha dimostrato già in precedenza di essere una scrittrice molto attenta e intelligente, ma questa serie è comunque una sorpresa, in positivo. L’universo narrativo creato dalla sceneggiatrice è infatti coerente e affascinante, non lontano dalla nostra realtà della quale sta a rappresentare una metafora estremizzata nel suo essere disfunzionale, è le sotto-trame impostate in questo primo tassello della storia ci fanno credere che la crescita qualitativa di Bitch Planet sarà evidente nel tempo. Anche il presunto (e tanto evidenziato nel corso della campagna promozionale) femminismo della serie, in realtà, è solo dei tanti elementi narrativi presenti, e di certo non l’unica chiave di volta della storia, che, fondamentalmente, è antica come l’umanità stessa e parla del tentativo del più forte di imporsi in qualche modo sul più debole. Il sesso è, di fatto, solo un pretesto per narrare una parabola estremamente ricca e sfaccettata.

Ai disegni, la De Landro con il suo stile fortemente pop, dal tratto aggressivo e duro, riesce a dar vita a tavole esteticamente affascinanti, con personaggi raffigurati in maniera nuda e cruda (spesso letteralmente), grazie a un realismo essenziale e non totalizzante, e a una costruzione dello storytelling estremamente mutevole e variabile, caratterizzato da pagine impostate in maniera molto classica, con vignette di egual dimensione che suddividono la pagina in maniera regolare, per poi sbizzarrirsi con splash page quasi psichedeliche nel loro essere sperimentali. Si segnala anche l’ottimo lavoro dell’artista Robert Wilson IV, chiamato a illustrare, come disegnatore ospite, il terzo capitolo del volume dedicato al simpatico personaggio di Penelope Leona Rolle: il suo stile pulp e vintage richiama il fumetto degli anni ’60 in maniera evidente, e, onestamente, affascinante.

Se la i colori vivi e fulgidi di Cris Peter rendono l’affresco ulteriormente apprezzabile all’occhio del lettore, in Bitch Planet vi è anche un pregevole lavoro di design firmato da Laurenn McCubbin, la quale si sbizzarrisce nella creazione di appendici che fungono da fittizio inserto pubblicitario volto a promuovere fantomatici (e bizzarri) prodotti e servizi.

In conclusione, Bitch Planet è l’ennesima scommessa vinta da Kelly Sue DeConnick, un fumetto fresco, originale e accattivante che è ulteriore testimone di quanto la realtà Image Comics sia varia e, spesso, deliziosa.